Il caso Fenaroli: il più incredibile delitto italiano

unitàdi Fabio Sanvitale direzione@calasandra.it

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Quello che è passato alla storia come “Caso Fenaroli” è e resta uno dei più straordinari misteri della Storia Nera del Novecento Italiano. Dentro c’è tutto: tanto per iniziare, un killer, un mandante ed un pentito. Un clamoroso errore giudiziario. Un’attenzione delirante del pubblico per ogni udienza del processo. Una vittima dal passato oscuro e oscurato. E poi (era il 1958), c’è un delitto moderno: in una società che si avviava a diventare moderna. Un delitto costruito su auto velocissime, treni che viaggiano nella notte, aerei, telefonate, tutto al secondo di un cronometro che scoccò in Assise la sua ultima ora.

Andò così. La mattina dell’11 settembre 1958, in un’Italia dove i bordelli stavano per chiudere, dove Dio-Patria-Famiglia erano ancora una cosa seria, una domestica suonava e risuonava il campanello dell’interno 3 di via Monaci 21, a Roma. La padrona di casa, la quasi cinquantenne Maria Martirano, non rispondeva. Un paio d’ore più tardi un giovane speleologo, amico di Luigi Martirano, il fratello, calandosi dal terzo piano ed entrando da una finestra nella cucina dell’appartamento, poggiava i piedi sul pavimento e si trovava davanti Maria Martirano, indubbiamente strangolata e indubbiamente morta.

La Squadra Mobile romana schierava due mastini come Guarino e Macera per risolvere l’ennesimo caso di donna uccisa nella capitale. I primi sospetti cadevano sul marito, geometra Giovanni Fenaroli, che però aveva un alibi di ferro: all’ora del delitto, tra le 23,30 e le 00.30 della sera prima, era a Milano. Che l’ora del delitto fosse quella, nessun dubbio: la vittima aveva parlato a telefono col marito –al 255080- per pochi minuti, fino alle 23.27 e poi era stata vista affacciata alla finestra del soggiorno tre minuti dopo, come se aspettasse qualcuno. Qualcuno? Ma chi? Di straordinario c’era già solo il fatto che fosse stata senza dubbio la Martirano stessa ad aprire la porta all’assassino, perché la donna era talmente timorosa da farsi accompagnare anche per attraversare la strada. Perché ad ogni rientro a casa, prima di congedare chi era con lei, controllava prima tutte le stanze e sotto i letti. Per i numerosi chiavistelli e catenacci che aveva fatto mettere alla porta. Gli ultimi li aveva fatti montare proprio poche ore prima, visto che domenica sera, subito dopo la partenza del marito per Milano, aveva sentito che qualcuno stava entrando dalla porta. Aveva gridato, terrorizzata; e dei passi erano corsi via per le scale. Eppure è stata lei ad aprire all’assassino: una teste, che era vicino al portone,  ha assistito alla scena.

Sono circa una dozzina le polizze assicurative trovate per terra, in camera da letto, dalla polizia. I gioielli, spariti. 
Che ne dite, un marito la cui ditta sta fallendo, pieno di polizze tra cui una sulla vita della moglie (per l’astronomica cifra di 150 milioni di lire) è un bel sospettato, non vi pare? Guarino e Macera sapevano che Fenaroli non poteva esser stato. Pensarono allora ad un sicario; e cercavano di far stancare Fenaroli, interrogandolo anche per 22 ore di seguito. Ai giornalisti dissero subito che la pista era questa, ma chiesero di non scriverlo per non comprometterla: i colleghi accettarono. Altri tempi. Finì con Fenaroli che dormiva in Questura tra un interrogatorio e l’altro, mangiando con quelli della Mobile. Ma niente. Calmissimo, tranquillo, sicuro, fumando 80 sigarette al giorno, il geometra non cedeva d’un passo.

viaIntanto si scopriva il passato della moglie: era stata dal 1930 al 1932 nelle case di tolleranza, prima di “redimersi”, sposarsi e diventare la signora borghese e impaurita che aveva trovato la morte sul pavimento della cucina. Un ricattatore, allora? La Mobile puntò sulle polizze, anche perché aveva scoperto che su quella decisiva, a favore del marito per morte della moglie, la firma della Martirano era falsa e l’aveva messa Fenaroli. L’inchiesta si addormentò per un mese e mezzo, fino a due clamorosi arresti: Fenaroli e un certo Ghiani, Raul Ghiani. Raul era un ragazzone di 27 anni, elettrotecnico milanese, uno tutto famiglia, balera e bar. Uno semplice, che dormiva sul divano apribile, in salotto, che piaceva alle ragazze, un lavoratore che andava col tram in ditta. Del killer aveva solo le mani: mani enormi, mani da operaio.

Il legame tra il geometra e l’operaio era Carlo Inzolia, amico di Raul e fratello di Amalia Inzolia, l’amante ufficiale di Fenaroli morta un anno prima. E così, anche Carlo Inzolia finì dentro, accusato di essere il tramite tra il geometra e l’operaio. Secondo la polizia, la sera del delitto Fenaroli aveva preso Ghiani al’uscita dalla ditta, a Porta Genova: da lì, una folle corsa in Alfetta, attraverso una Milano zuppa di pioggia, per raggiungere Malpensa, fare il biglietto e lanciare Raul dentro il volo AZ412 dell’Alitalia, in partenza alle 19.30 per Roma. Da lì il killer si sarebbe portato in via Monaci, mentre Fenaroli convinceva –in quella telefonata delle 23.24- la moglie ad aprire la porta ad uno sconosciuto, che l’avrebbe strangolata in cucina, fingendo una rapina. Poi, Raul sarebbe tornato, in treno, a Milano ed alla vita di sempre. Ghiani non aveva alibi per la sera del delitto, la mattina dopo arrivò tardi in ditta, un paio di testimoni lo videro sull’aereo e davanti il portone di via Monaci; un terzo sul treno. Tutto molto bello, ma i dubbi furono da subito un migliaio.

Tanto per cominciare, telefonata o non telefonata, la Martirano a tarda sera non apriva nemmeno al marito –era già successo nel giugno precedente. Ma qualcuno aspettava: e una vicina l’aveva sentita parlare un altro paio di volte a telefono, quella sera. Con chi? Non si scoprì mai. Le due testimoni che riconobbero l’elettrotecnico descrissero un uomo genericamente atletico, genericamente vestito di blu, genericamente Raul. I tempi della corsa a Malpensa, sotto il nubifragio, erano da Formula Uno. Oddio, Fenaroli aveva buoni motivi per fare fuori la moglie: forse i soldi (anche se proprio la mattina del delitto stava chiudendo il fallimento con un accordo coi creditori davvero vantaggioso per lui), soprattutto il fatto che non la sopportava più. Le aveva rinfacciato di ricacciarla “nel fango dove l’aveva trovata” in un migliaio di liti, mentre lei gli urlava che sapeva di lui “cose da distruggerlo”. Insomma, un bel quadretto pieno di idillio e armonia, che spiegava perché il vedovo inconsolabile stesse a Milano cinque giorni a settimana, possibilmente con l’amante.

fenaroliSì, Fenaroli poteva essere il mandante: era tanto sicuro di sé da credere nei progetti più assurdi (non a caso era fallito…), da proporre l’omicidio al suo amico, il medico Savi, più volte, in pubblico. Lo rovinò il suo braccio destro, il tuttofare ed ambiguo ragionier Egidio Sacchi: rivelò il vero contenuto della famosa telefonata, le proposte rifiutate da Savi e da sé stesso, mischiò abilmente verità e fantasia fornendo a Guarino e Macera un nome, in quei stritolanti interrogatori: quello di Raul. La polizia aveva arrestato anche il ragioniere, qualcosa doveva pur dire, qualcuno doveva pur nominare. E Ghiani non si ricordava proprio dov’era stato quella sera (un vero assassino: che non si prepara nemmeno l’alibi…), aveva sfortunatamente un abito blu nell’armadio ed era genericamente Raul. Quando, un anno dopo il suo arresto, la cicogna fece trovare i gioielli nel suo posto di lavoro, fu la quadratura del cerchio. Peccato che la polizia l’aveva già perquisito tre volte…

Ma, se Fenaroli poteva aver ordito il piano, Ghiani non ne era certo stato l’interprete. Non importava. Fu ergastolo per tutti e due, più tredici anni ad Inzolia, che ancora non riusciva a capire come diavolo si fosse ritrovato in quell’inferno. La notte della sentenza, alle 5, quando uscì la Corte, c’erano  20.000 persone intorno e dentro il palazzo di giustizia di Roma. Una cosa epocale, carica di tensione e attesa, una calca con annessa diretta radiofonica e risse tra colpevolisti ed innocentisti. Fenaroli morì in carcere nel 1975, Inzolia scontò tutta la pena e sparì da Milano, Raul ebbe la grazia da Pertini negli anni Ottanta: e da allora, di quella storia, non ne ha più voluto parlare.

Perché Sacchi aveva messo in mezzo Raul poteva avere un senso: l’avevano arrestato, sapeva che Ghiani si conosceva con Fenaroli, aveva il fisico dell’assassino. Ma fu tanto falsa quell’accusa che all’inizio Sacchi nominò un generico “Raul”, come se non ne sapesse il cognome, come se non ci fosse mai andato a cena insieme. E Fenaroli? Aveva davvero tentato di uccidere la moglie, quel 10 settembre, attraverso un altro sicario, uno che non era Ghiani? Molti anni dopo, il giornalista Antonio Padellaro avrebbe scritto, in “Non aprite agli assassini”, un’altra storia. Quella di un ricatto a quattro mani fatto da marito e moglie ad un sottosegretario, sugli affari sporchi dell’Icrea, una Tangentopoli anni Cinquanta che sarebbe esplosa (n sordina) tempo dopo. Quella di un intervento dei nostri Servizi –del Sifar- per recuperare le carte compromettenti custodite dai Fenaroli a Roma, conclusosi con un cadavere in cucina.

Era andata così? La “gola profonda” di queste rivelazioni era un ex ufficiale del Sifar, Enrico De Grossi. Mi recai da lui, in mezzo alle montagne, per quella che fu la sua ultima intervista. Confermò le sue affermazioni, ma da buon agente segreto non disse tutto: si tenne per sé qualcosa, come polizza sulla vita, la sua. Non riuscii a capire, mentre parlava, se le prove che offriva fossero vere o no. Si portò il segreto nella tomba, come si suol dire.
Il 255080 squilla ancora a vuoto, da 55 anni.

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