Un asciugamano, un bicchiere e due strani mozziconi danno un nome all’assassino di via Caravaggio

caravaggiodi Fabio Sanvitale direzione@calasandra.it

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20 novembre 2011

Che tracce ha lasciato l’assassino di via Caravaggio? 38 anni dopo il delitto, attendiamo qualcosa di esplosivo: il nome dell’autore della strage. Quasi quarant’anni fa, in quel palazzo, qualcuno entrò in una notte di fine ottobre e uccise ogni essere vivente nell’appartamento al quarto piano del numero 78. Domenico Santangelo detto Mimì, Gemma Cenname (la seconda moglie di lui), Angela Santangelo (la figlia nata dal primo matrimonio), il cagnolino Dick.

In primavera, la Procura di Napoli ha riaperto di fatto l’indagine, decidendo di esaminare alcuni dei reperti trovati sulla scena del crimine, quella notte. Ciò che è stato muto 38 anni fa può parlare ora. Così, vecchi scatoloni di cartone dell’ufficio Corpi di Reato del Tribunale di Napoli sono stati riaperti e dal passato sono riaffiorati oggetti che quella notte videro tutto. Un asciugamano macchiato di sangue. Dei mozziconi di sigarette stranamente lunghi – Gitanes senza filtro – che stavano in salotto, sul pavimento e sotto la finestra.

E poi il bicchiere, quello di liquore, quello in cui Mimì versò del liquore, per offrirlo all’ospite che si presentò, alle 23.30 della notte del 30 ottobre 1975, in casa sua. Un gesto cordiale. Mentre il liquore ambrato riempiva quel bicchiere Domenico Santangelo aveva ancora pochi minuti di vita e l’ultima mano che strinse il vetro era proprio quella dell’assassino (Mimì doveva ancora cenare: quel pasto rimarrà a raffreddarsi nove giorni, sul tavolo della cucina). Su quel bicchiere, trovato sulla scrivania della vittima, nel 1975, non furono trovate impronte complete di Domenico Zarrelli, l’uomo che è stato processato e – non a caso – assolto per la strage. Solo frammenti di impronte, a quanto sembra: che non servirono per attribuire un’identità alle impronte. Ma quei frammenti, oggi, con l’esame del dna, diventano tutt’un’altra prova …

Quello che sappiamo, comunque, è che quell’asciugamano, quel bicchiere e quei mozziconi sono quelli esaminati in questi mesi dalla Polizia. Loro, e non gli altri reperti che la Scientifica prelevò la notte dell’8 novembre 1975, quando la strage fu scoperta: i guanti da cucina (usati dall’assassino e gettati dietro una sedia nei pressi del bagno), i frammenti di lente di occhiali da vista trovati in salotto, la coperta con cui furono trascinati i cadaveri fino al bagno, la vestaglia gettata sulla grande chiazza di sangue nella camera dove fu uccisa Angela.

 

Non sappiamo se bicchiere, asciugamano e mozziconi sono stati analizzati perché erano i soli nello scatolone marrone. Non sappiamo, insomma, se esistano anche altri reperti analizzabili. La storia giudiziaria della strage di via Caravaggio 78 è infatti quella di un processo conclusosi con l’assoluzione dell’imputato, Domenico Zarrelli, nipote della Cenname. Quando un processo si conclude con un colpevole i reperti vanno a distruzione, ma quando finisce così, senza aver trovato l’assassino, in realtà alle volte i reperti vengono conservati. E alle volte no. Una regola non c’è. Qui siamo stati fortunati. Tuttavia, non sappiamo quali reperti si sia scelto a suo tempo di conservare e quali no. Cosa, insomma, sia saltato fuori da quel vecchio scatolone impolverato, nelle stanze blindate dell’Ufficio Corpi di Reato.

 

Una cosa è certa, si tratta sempre di una tonnellata di tracce, oggi come oggi. Tracce che 38 anni fa avevano poco da dire, ma che nel 2013, ormai lo sappiamo, hanno smesso di essere mute ed hanno fatto un nome e un cognome. Quello dell’assassino. Forse anche del suo complice. Chi sono?


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