Rossella Corazzin: perché la confessione di Izzo ci sembra un mucchio di sciocchezze.

Abbiamo letto tutti le ultime dichiarazioni di Angelo Izzo: io e i miei amici Guido, Ghira e altri ancora sequestrammo poco più di un mese prima (il 21 agosto 1975) della strage del Circeo la liceale Rossella Corazzin, 17enne pordenonese di San Vito al Tagliamento, nei boschi di Tai di Cadore, nel bellunese. Scomparve mentre era in vacanza con la famiglia: si allontanò da sola per una passeggiata verso il monte Zucco e ciao. Izzo dice: la portammo sul lago Trasimeno, la tenemmo prigioniera qualche tempo, la stuprammo e poi la facemmo fuori in un rito satanico. La scegliemmo perché vergine. A noi di CN ci sembra un mucchio di sciocchezze e vi spieghiamo perché, in attesa di notizie definitive dalla magistratura.

L’inverosimiglianza della storia. La 17enne sarebbe stata prima rapita, tenuta un po’ a Riccione, poi portata sul lago Trasimeno per due-tre settimane, poi violentata da 10 persone incappucciate; infine uccisa e gettata con dei pesi nel lago Trasimeno. A parte che sembra la trama di un film horror di serie B, Izzo ha evidentemente scelto un fatto di cronaca prossimo al Circeo e ambiguo (nessuno sa che fine ha fatto la povera Rossella), in modo da poterlo riempire con quello che gli pare.

L’inverosimiglianza del piano e del luogo. Vuoi sceglierti una ragazza da violentare e sei in auto, cosa fai? Giri per la statale 51, che sta lì intorno, magari di notte? No. Sali verso monte Zucco, dove ragazze ne troverai certo a pacchi, insieme a tanti escursionisti, e dove le tue possibilità di essere notato, di primo pomeriggio d’estate, in un’area con poche auto è enorme. Le tracce di Rossella si perdono infatti davanti una panchina nel bosco.

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L’errore sulle case di Cortina d’Ampezzo. Izzo per rendersi credibile dice, il che è vero, che Gianni Guido, un altro dei criminali del Circeo, aveva all’epoca una casa a Cortina, cioè dalle parti del sequestro Corazzin. E che pure Narducci  l’aveva. Falso. La famiglia Narducci aveva casa all’Argentario, a Cortina Narducci andava in vacanza, ad esempio all’Hotel Panda. Forse Izzo ha letto male.

Il solo riscontro. Un testimone dell’epoca che vede Rossella come addormentata su una jeep e Izzo che dice che il sequestro avvenne col Land Rover. Troppo esile. Poi c’è un Gianni con cui Rossella si scriveva e aveva passeggiato nei boschi: ma lei stessa lo descrive come di Padova, mentre Gianni Guido era romano di Roma.

L’inverosimiglianza del Trasimeno. Izzo quando parla della villa sul Trasimeno parla di quella posseduta all’epoca dalla famiglia di Francesco Narducci, il medico perugino morto nel 1985 e sospettato di essere il Mostro di Firenze. Nel 1975 faceva la specializzazione alla clinica medica dell’Università di Perugia. Quella sul lago era la villa di famiglia, dove naturalmente non c’era problema, in piena estate, col custode e tutto, a tenere sequestrata una ragazzina per tre settimane, per poi violentarla e ucciderla in gruppo. Ovvio.

L’inverosimiglianza dell’omicidio di gruppo. Uccidere in 10 è un piano perfetto, così ci sono dieci testimoni di ciò che è accaduto e che potrebbero cedere e parlare. Se lo sanno in dieci non è un segreto. Come piano è una follia.

L’errore sul rito satanista. Izzo non sa che in Italia l’unico omicidio ascrivibile al satanismo negli ultimi vent’anni è quello di suor Maria Laura Mainetti del 2000 e che nemmeno quelli delle Bestie di Satana sono stati omicidi dovuti al satanismo, quanto a logiche di vendetta interne al gruppo. I riti satanisti in cui si violenta una vergine e poi la si uccide con una spada, suggellando poi il rito con gocce di sangue, esistono al cinema ma non in Italia o in Europa, per fortuna.

Il Mostro di Firenze non c’entra nulla. Sequestrare, violentare e buttare nel lago è un modus operandi del tutto estraneo a quello del Mostro di Firenze, che uccideva coppiette in auto e poi si portava a casa parti del corpo di lei. Quindi che razza di collegamento è?

E non ci sono prove al Trasimeno. Inutile cercarle. La villa dei Narducci è stata venduta quasi vent’anni fa e l’arredamento sgombrato. Non c’è più nessun riscontro, là. Narducci, come dicevamo, è morto e non può replicare.

La situazione giudiziaria. Parlare oggi, (precisamente a settembre 2016, ai pm romani Eugenio Albamonte e Michele Prestipino, di questo e altri fatti), è bello che comodo. Sequestro e stupro sono prescritti, solo l’omicidio no. E, guarda caso, Izzo nega di aver partecipato proprio a questo. Comunque, la Procura di Perugia, competente in quanto la morte della Corazzin sarebbe avvenuta lì, aveva già archiviato. Ora con nuove informazioni provenienti da Belluno, ridarà un’occhiata alle carte.

Perché allora Izzo l’ha detto. Perché è da un tot che non si parlava di lui e il suo ego non lo tollera. Perché è una vita che cerca di accreditarsi come testimone di giustizia su mille cose: non appena sente mezza parola detta da altri in carcere, scrive ai magistrati. Per parte delle dichiarazioni del 2016 è già stato denunciato per calunnia e autocalunnia. Per il piacere di fantasticare su un altro stupro+omicidio, sempre in un luogo isolato e commesso con altri (come quelli per i quali è all’ergastolo, il Circeo del 1975 e quello di Ferrazzano del 2005) che sono la sua grande passione. D’altronde anche nel suo libro “The mob” –mai pubblicato- Izzo parlava delle stesse cose: “Naturalmente il pensiero era quello di portare le tre ragazze da qualche parte per divertirci un po’ tutti insieme. Erano tre “bore”, si capiva dai loro vestiti e da come parlavano, ma non erano male. Fatto è che, dopo aver loro offerto qualcosa, le ragazze accettarono di rivederci. (…) Mi venne l’idea: ci portiamo il Riccio, cazzo che idea. Dopo l’orgetta le facciamo fuori le pischelle (…)”.

Conclusione al momento. Caro Izzo, ti sarebbe piaciuto…

di Fabio Sanvitale