Unità Delitti Insoluti: i poliziotti che indagano il passato

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Unità Delitti Insoluti. Sa di televisivo, sa di serie americane: è la struttura specializzata della Polizia italiana per affrontare i casi più difficili, e non ha proprio nulla di televisivo, anzi. Attraverso i lunghi corridoi del Servizio Centrale Operativo, nella Roma incendiata di giugno, e incontro Vincenzo Nicolì, dirigente della Seconda Sezione dello SCO, dentro cui è inquadrata l’UDI, una micro-squadra composta di quattro investigatori e dal personale del Servizio di Polizia Scientifica. La scrivania è ovviamente intasata di carte, il cellulare ci interromperà mille volte, fuori scorre la Tuscolana: è sabato, ma non per questo qui non si lavora.

Allora, quando è nata l’Unità? “Nell’agosto 2009, per rendere sistematico un riesame di casi vecchi che già esisteva, alla luce delle nuove tecnologie. Fu un’idea di Manganelli” risponde Nicolì, con un accento che tradisce l’origine meridionale. Prende quota, così, una struttura che fa supporto e consulenza alle Squadre Mobili territoriali. “Esatto. Alle volte riceviamo lo stimolo da persone informate dei fatti, altre ci muoviamo autonomamente, e poi ci sono le Squadre Mobili che ci segnalano i casi irrisolti più importanti per loro”. Vediamo le cifre. “Eccole. Siamo passati dai 13 casi trattati (di cui 4 risolti) del 2009, ai 30 del 2014 (di cui risolti 12). In totale, 109 esaminati di cui 41 risolti”. Niente male. Che poi, questi 109 fanno parte di un gruppo di 231 casi che sono stati identificati fin dall’inizio come importanti. E tutto molto in silenzio, peraltro. “Sì, è una nostra scelta di stile. Siamo molto attenti a non pubblicizzare mai l’avvio di un’indagine, sia per la segretezza che per non creare illusioni nei familiari”. Come operate, qual è il metodo? “Siamo partiti dall’analisi tecnico-scientifica, soprattutto il dna, ma col tempo sa cos’è successo? Abbiamo visto che è utile anche rileggere il fascicolo dal punto di vista investigativo. Dà i suoi frutti, insomma non è vero che se non c’è la scienza non se ne viene a capo”.

Bene, avete per le mani un vecchio fascicolo, quello di un’indagine senza colpevole. Carte che hanno l’odore del passato. Cosa fate? “Tre cose. Verifichiamo se ci sono eventuali reperti da analizzare, poi se ci sono piste tralasciate all’epoca, e se si possono sviluppare ancora con pedinamenti, intercettazioni…E ci diamo dei tempi precisi”. E’ da questo lavoro che saltano fuori nuove correlazioni di nomi, di indirizzi. Si osservano le vecchie fotografie con occhi nuovi, si estrae dalle buste quello che fu sequestrato tanti anni prima. E qui arriva la sorpresa. Altro che cold cases, l’UDI lavora anche, a patto che siano scaduti i tempi per le indagini preliminari, su casi attualissimi. Come Yara. “Sì, l’abbiamo seguita. Prendere casi di cinquant’anni fa non avrebbe senso, ma nemmeno non mettere la nostra esperienza al servizio di casi attuali ne avrebbe, no? Perché l’idea di Manganelli era questa: non ripetere gli errori del passato”. E non solo Yara: il caso di Castelvolturno, Elisa Claps, la strage di via Caravaggio (nella foto), Loris Stival.

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Fuori infuria una giornata torrida. Noi siamo al sicuro con l’aria condizionata; dietro la scrivania c’è un’enorme pantera argentata pronta a colpire, il simbolo della Volante. E una volta che avete un’idea, una pista? “Proponiamo un piano investigativo alla Magistratura e ci muoviamo. Non siamo qui per correggere gli errori degli investigatori di ieri, intendiamoci. Anzi. Li contattiamo, vogliamo i loro suggerimenti”. L’intervista è quasi finita, quando in questo ufficio si materializza l’immagine evanescente di un frate francescano e teologo inglese del Trecento, Guglielmo da Occam: quello che scrisse quello straordinario principio di economia dell’indagine per il quale “non bisogna considerare la pluralità se non è necessario”. Frate Guglielmo non sapeva quanto sarebbe stato citato in criminologia: “ci credo molto, non dobbiamo fare atti inutili, non dobbiamo fare confusione, dobbiamo sempre preferire l’ipotesi investigativa più semplice. E’ l’esperienza che lo dimostra”, conclude Nicolì. Ci credo anch’io, da sempre. Buon lavoro, Unità Delitti Insoluti.

di Fabio Sanvitale


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