Emanuela Orlandi: intervista al fratello Pietro. Il mistero del flauto, i dubbi sul nuovo testimone e i silenzi del Vaticano

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emanuela orlandidi Fabio Sanvitale direzione@calasandra.it

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3 maggio 2013

Emanuela Orlandi: 30 anni dopo la scomparsa, forse qualcosa si muove. C’è un uomo, Marco Fassoni Accetti, 57 anni, che però sa meno di quel che dice. C’è il flauto, fatto ritrovare qualche settimana fa proprio da lui, sulla Pontina, al km 23, dove stanno gli ex stabilimenti cinematografici De Laurentiis; e su cui il 7 maggio inizieranno gli esami, per stabilire se era proprio quello che la ragazza portava con sé il pomeriggio del 22 giugno 1983. Di tutte queste cose parliamo con Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela. Ce n’è, da parlare: perché Fassoni Accetti – che dice di essere stato uno dei “telefonisti” del sequestro – sta raccontando di tutto, ai giudici. Che Emanuela fu adescata con la promessa di 375.000 lire per distribuire volantini della Avon ad una sfilata, che fu indotta dalla presenza di un’amica a non tornare a casa ed a salire su quell’auto in corso Rinascimento dove, «sul sedile davanti, a fianco all’autista, c’era un nostro uomo vestito da monsignore», perché «tu abiti in Vaticano e lo sai, Emanuela, dei sacerdoti ci si può fidare…».

Insomma, si sarebbe trattato di un clamoroso allontanamento volontario che, solo in seguito, si sarebbe trasformato in un vero sequestro. Non basta: Fassoni Accetti dice di essere stato membro di un gruppo di contro-spionaggio che, con l’apporto di elementi dei servizi e della banda della Magliana, agiva per conto di parte degli ambienti vaticani, per condizionare la gestione dello Ior, la revisione del codice di diritto canonico, i finanziamenti a Solidarnosc, le nomine. Gruppo che avrebbe usato il sequestro di Emanuela come arma di pressione per “proteggere il dialogo tra la Curia Romana ed i paesi del Patto di Varsavia”.

Non sono strane tutte queste novità, di colpo, dopo 30 anni di false piste?

“Il contesto di cui parla quest’uomo potrebbe essere credibile, cioè il discorso delle due fazioni in Vaticano. Quelle che non sono credibili – risponde Pietro Orlandi – sono le modalità del sequestro. A sentire lui, mia sorella se ne sarebbe andata volontariamente, non si capisce perché. Quel 22 giugno, invece, abbiamo quasi litigato, perché voleva che l’accompagnassi a lezione ed io non volevo farlo. Io mi ricordo che Emanuela disse a sua sorella, prima di uscire, che si sarebbero viste alla Mole Adriana o a Castel Sant’Angelo,  non ricordo più: come poteva avere appuntamento con un altro?  In questo modo si scredita Emanuela, la si fa passare quasi per complice. E poi afferma che, dopo il sequestro, l’avevano tranquillizzata dicendole che noi eravamo stati avvertiti: ma io so benissimo che, se anche fosse successo, con lei non avrebbe funzionato affatto”.

Potremmo liquidare le dichiarazioni di Fassoni Accetti, fotografo e autore di cortometraggi, come un mucchio di balle, allora, se non fosse che il flauto sembra proprio quello di Emanuela. Certo, bisogna aspettare l’esito degli esami del dna, ma intanto ci sono due dati di fatto. Il primo arriva guardando una vecchia foto di famiglia: “si vede l’astuccio del flauto su una sedia e quello che ci colpisce è come sia consumato negli angoli, allo stesso modo di quello ritrovato” dice Pietro. Il secondo: è la prima volta, dopo tanti anni, che in questa storia salta fuori un oggetto reale, non una voce, una confidenza, un’impressione o chissà che.

Ma perché Fassoni Accetti avrebbe dovuto conservare per trent’anni il flauto? E perché si auto-accusa? Lui sostiene di volere, col suo esempio, spingere altri a parlare.  Ma non è credibile.“Dice che ha parlato perché in Vaticano stanno cambiando certe cose, perché ora può farlo –dice Pietro – ma io penso che uno che vuole dire davvero la verità non si mette a confondere le acque; forse ha parlato proprio perché i sospetti continuano ad essere sul Vaticano. E quindi si tratta proprio di allontanarli da lì. Forse non è un caso che sia successo adesso, ora che c’è un clima diverso. Ora che questo nuovo Papa potrebbero cambiare le cose. E questo fa paura”.

villa lanteFassoni Accetti – che in passato, più che per le sue opere d’arte, era finito sul New York Post perché approfittava del fatto di essere uguale a Benigni per mangiare a sbafo nei ristoranti americani- ha ritirato fuori la storia del coinvolgimento della Banda della Magliana e ha detto che Emanuela visse i primi giorni a Villa Lante (nella foto qui accanto), in via San Francesco di Sales (dove c’è un istituto religioso in cui affittavano delle stanze e che  - ironia della sorte – si trova a due passi dal carcere di Regina Coeli), che stava con altre ragazze, che le procurarono un pianoforte, che una sua amica andò a trovarla, che le fece fare una passeggiata a Trastevere, che si divertiva, che poi stette in due appartamenti. Che il piano fallì soprattutto per l’appello del Papa all’Angelus, il 3 luglio, perché a quel punto una possibile fuga da casa diventò per tutti un sequestro. Che fu portata vicino Parigi, nel dicembre del 1983. Ma può mai essere vero? Una ragazza scomparsa che va a spasso nel centro del centro di Roma? E dove sono queste altre ragazze, quest’amica? Perché nessuno  allora ha mai detto nulla, in trent’anni?

Di sicuro c’è che questo momento storico è davvero diverso, per la Chiesa e per il caso Orlandi.

“Quando ho parlato brevemente con Papa Bergoglio, poco tempo fa, ho potuto pronunciare il nome di Emanuela: prima non era mai successo” racconta Pietro. Anzi. Non è di molti mesi fa l’episodio di quando gli hanno fatto togliere dalla scrivania (Pietro lavora in Vaticano) la foto di Emanuela, perché poteva dare fastidio a qualcuno. E poi ci sono i tanti episodi in cui l’insofferenza della Santa Sede per questa storia è stata palese. “Dopo la chiusura delle indagini, molti anni fa, non ci fu nemmeno una riga di commento da parte della Santa Sede – ricorda Pietro – e così dichiarai che si erano scordati di lei. Bene, mi chiama il cardinale che era numero tre della Santa Sede. Non appena mi vede, mi tira il cellulare in faccia e dice: ‘ancora questa storia di Emanuela?’.  Ci deve essere un motivo se, oltre a tanta solidarietà, c’è parte della Chiesa che reagisce così: se non avessero nessuna responsabilità pensate che ci sarebbe questa chiusura così totale? Evidentemente sulla scomparsa di Emanuela c’è un mistero che il Vaticano non può assolutamente rivelare: tanto che preferisce essere sommerso dai sospetti. Eppure, sapevano benissimo, da subito, cos’era successo. “Quando il Papa fece l’appello all’ Angelus, sul comunicato della sala stampa vaticana, come sempre, era scritta la categoria dei vari interventi. Per quell’appello la categoria era: sequestri di persona” dice Pietro.  E, prima di quell’appello, nessun giornale aveva parlato di un rapimento.  (CONTINUA…)

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