Emanuela Orlandi, è certo: impossibile trovare alcun dna sul flauto. Cade il primo riscontro portato da Fassoni Accetti

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emanuela orlandidi Fabio Sanvitale direzione@calasandra.it

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20 maggio 2013

Ormai è certo: non è possibile in nessun modo sapere se il flauto fatto trovare da Marco Fassoni Accetti è quello di Emanuela Orlandi. Non c’è ancora l’ufficialità, ma possiamo dirvi che non è stato possibile, per i tecnici della Polizia Scientifica, estrarre alcun dna dal flauto. Per un semplice motivo: lo stato di conservazione dello strumento era davvero pessimo. Troppa polvere, troppe ragnatele, troppi anni passati. Il dna si conserva, certo, anche a distanza di anni e anni. Ma a patto di essere tenuto in determinate condizioni. Qui, invece, stiamo parlando di uno strumento fatto ritrovare in un capannone degli studi abbandonati della De Laurentiis (che nell’ambiente del cinema sono “Dinocittà), chiusi da decenni, sulla Pontina.

E quindi, sulla questione del flauto, non è possibile per Fassoni Accetti dimostrare la verità di quello che ha detto: che si tratti cioè, davvero, del flauto che Emanuela Orlandi aveva con sé il giorno della sua scomparsa, il 22 giugno 1983. Assomiglia la custodia, il modello della strumento è lo stesso: ma non sapremo mai se si tratta proprio di quel flauto. I troppi anni passati in qualche cantina hanno fatto sì che i batteri abbiano allegramente mangiato il dna, di fatto cancellandolo. Resterà per sempre il dubbio, che è la cosa peggiore per la famiglia Orlandi. Cade dunque il primo dei due riscontri offerti da Marco Fassoni Accetti, 57 anni, che nell’aprile scorso, come ormai saprete, si è presentato alla Procura di Roma per rivendicare il suo ruolo di organizzatore e telefonista del sequestro Orlandi.

emanuela orlandiI discorsi che Accetti ha fatto e continua a fare ai giudici – infarciti del suo ruolo e dei suoi rapporti con il Kgb – restano davvero iperbolici. Dice di aver fatto parte di un gruppo di controspionaggio che è servito, in quei lontani anni, ad una fazione del Vaticano per fare pressioni sulla Chiesa e su alcuni suoi esponenti in particolare. Descrive sé stesso al centro di scenari complessi e internazionali. Dice di aver iniziato questa sua attività addirittura nel 1981 (l’anno dell’attentato al Papa). Cioè quando aveva, a fare due calcoli, 25 anni. Un ragazzino, praticamente: e ve lo immaginate, arruolato a fare la spia? Senza alcuna esperienza militare o di forze dell’ordine alle spalle, come sempre si usa in Italia?

A questo punto, diventano fondamentali le perizie che compareranno la sua voce con quella dell’ Americano, cioè del telefonista che più a lungo chiamò gli Orlandi in quel 1983. Ma anche ammesso che si tratti davvero della voce di Accetti, questo non significherebbe che sia vero tutto quel che dice. Più di un’affermazione è francamente assurda: Emanuela che sceglie di andarsene di casa, lui che la porta a spasso a Trastevere con la parrucca, il fatto che avrebbe vissuto vicino Parigi –in un paesino dove nessuno l’ha vista – Mirella Gregori che incontra sua madre a Roma, molti anni dopo la sua scomparsa… E non significherebbe nemmeno che sia vero il movente del controspionaggio. Il sequestro della Orlandi potrebbe essere nato in ambienti vaticani, sì, ma essere legato magari più ad un “banale” (si fa per dire) sfondo sessuale, che ad uno di complessi ricatti e trame internazionali.

Le parole di Accetti possono infatti anche essere tranquillamente prese da una lunga ricerca sui casi Orlandi e Gregori, fatte la sera su internet e il giorno in biblioteca: montate tra loro e recitate con faccia di bronzo e una buona dose di spavalderia. Doti che non mancano al nostro uomo, oltre alla certezza di non rischiare nulla, s’intende. E’ tutto prescritto: ecco perché si autoaccusa di sequestro di persona, oggi, senza problemi.

www.cronaca-nera.it

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