Strage di via Caravaggio, un mese alla verità

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Ancora un mese e poi, il 16 ottobre, di fronte al Gip del Tribunale di Napoli, si discuterà se archiviare o no la nuova indagine su quella strage del 1975 che non è una vecchia storia: è un’indagine clamorosa. Per chi si fosse messo ora all’ascolto, ricordiamo che nella Strage di via Caravaggio, a novembre di quarant’anni fa, morirono tre persone (Domenico Santangelo, sua figlia Angela e la seconda moglie Gemma Cenname, più il loro cagnolino Dick: picchiati e sgozzati), che un uomo fu condannato e poi assolto in via definitiva (Domenico Zarrelli), che a gennaio 2013 nuove analisi sui reperti di quella notte scoprirono inaspettatamente proprio il dna di Zarrelli, che ha sempre negato di avere a che fare col delitto. Una notizia clamorosa, ma anche un guaio grosso come una casa, perché per la legge italiana non si può essere processati due volte per lo stesso reato.

Fu così che, intorno alla strage, tutto restò immobile. Immobile la Procura, immobile il tempo. Nessuna decisione veniva presa per chiudere quel maledetto fascicolo. Fino a quando il Pm Santulli chiese l’archiviazione. Ma c’era un ma. Perché, nonostante tutto, quello che non si sapeva è che la storia di via Caravaggio non si sarebbe fermata qui.

Non si è fermata qui perché, lo abbiamo scritto a fine luglio, quello che non era stato detto era che non solo era saltato fuori il dna di Zarrelli, ma anche quello di altre persone sconosciute. Avevamo scritto che si trattava di due uomini e una donna. Ci correggiamo: tre uomini e una donna. E’ anche sulla base di questo che l’avvocato Gennaro De Falco, che rappresenta Lucia Santangelo, si è opposto all’archiviazione. Infatti, c’è uomo#2 sui mozziconi repertati dal posacenere del bracciolo destro della poltrona. E poi uomo#3, uomo #4 e donna#1 sul reperto denominato “11 mozziconi”. Chi sono? Sono loro i passi ascoltati a notte fonda dalla vicina di casa, sono loro che sono arrivati dal buio per aiutare l’assassino? Certo, non si può escludere che si tratti di una contaminazione della scena dovuta ai poliziotti, ai vigili del fuoco ed ai necrofori dell’epoca, ma perché non controllare? I nomi di chi intervenne è agli atti.

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Sostiene Santulli che, se sappiamo che il dna di uomo#1 è di Zarrelli (è stato trovato su un asciugamano e un mozzicone) è perché il confronto è stato fatto con dei capelli prelevatigli all’epoca, ma ritrovati oggi in una busta aperta. Capelli che, quindi, potrebbero essere di chiunque: e quindi non possiamo esserne certi. D’accordo: ma allora, che si prelevi il dna di Zarrelli oggi e si faccia il confronto una volta per tutte! Santulli dice che non ha senso fare troppe indagini perché in quella scena del crimine entrarono tutti. Giusto: ma com’è che, su un paio di miliardi di individui maschi che abitavano il pianeta Terra nel 1975, il dna, oggi, ci restituisce proprio il nome dell’allora indagato e non del geometra Rossi Aldo di Albignasego? Le coincidenze sui grandi numeri sono prossime alle zero, dice la statistica. E, se la verità dibattimentale non può più essere raggiunta, quella storica il suo peso ce l’ha, eccome.

Ci sono  - lo disse la Polizia al termine delle indagine del 2013 – una trentina di persone con le quali si potrebbe comparare il dna degli ignoti: il concorso in omicidio non si prescrive. La Procura ha scelto di non fare confronti. Il 16 ottobre il Gip sceglierà di cercare la verità?

di Fabio Sanvitale


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