La strage di via Caravaggio: quando “Telefono Giallo” portò in tv la strage di via Caravaggio (prima parte)

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telefono giallodi Daniele Spisso direzione@calasandra.it

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La sera del 23 dicembre 1988, il celebre giornalista Corrado Augias condusse una puntata della sua fortunata e seguita trasmissione “Telefono Giallo” (che andava in onda su Raitre) dedicata al caso della strage di via Caravaggio. Fu una puntata molto interessante e molto dettagliata che, attraverso le ricostruzioni filmate, gli ospiti in studio e i suggerimenti telefonici dei telespettatori da casa, cercò di analizzare in maniera scrupolosa non solo questa terribile vicenda di cronaca in se ma anche le piste che potevano spiegare quel massacro spaventoso.

Ci sono infatti dei dati generici – ma comunque fondamentali – e ci sono dei dati circostanziali e oggettivi – forse determinanti -, divulgati attraverso quel programma, che meritano d’essere menzionati. Perché sono utili per completare il lavoro fin qui svolto su questo caso in Cronaca-Nera.It. Utili per aiutare i lettori a capire meglio cosa può essere successo nell’appartamento del delitto e utili nel caso di una riapertura dell’indagine.

Il primo di questi dati ce lo fornisce uno dei vigili del fuoco che intervenne nella casa del delitto la sera dell’8 novembre 1975, quando, alle ore 21:30, i pompieri e gli agenti della Squadra Mobile di Napoli si portarono in via Caravaggio 78 con l’avvocato Mario Zarrelli (il nipote di Gemma Cenname, una delle tre vittime) per far luce su un silenzio dei Santangelo che ormai andava avanti, in quella casa, da dieci giorni . La circostanza insomma che fece scoprire la strage.
Il vigile del fuoco in questione fu colui che si introdusse per primo nell’abitazione, entrando dalla finestra della camera da letto di Angela Santangelo, la vittima più giovane (dovette rompere un vetro per accedere perché la finestra era chiusa dall’interno e perché la porta d’ingresso della casa era chiusa a doppia mandata). Il pompiere telefonò al programma di Corrado Augias e asserì che fece non poca fatica a orientarsi nell’appartamento per trovare il contatore della corrente elettrica perché la casa era molto ampia (180 metri quadri) e perché era suddivisa in varie stanze disposte in una struttura quasi labirintica. In più, nella camera da letto di Angela non c’era un lampadario ma una piccola lampada su una abat-jour (tra l’altro anche un po’ difettosa, come fu accertato durante il sopralluogo tecnico).

Questo dato, dichiara il vigile del fuoco al programma, può essere indice del fatto che l’assassino si era mosso bene in quella casa perché già la conosceva e già vi era stato altre volte. Quindi l’omicida aveva probabilmente frequentato i Santangelo anche prima del 29 ottobre.

Un altro elemento importante sul quale il programma di Augias invita a riflettere è poi quello inerente la permanenza dell’assassino in quell’appartamento fino alle 5 del mattino, indizio dimostrato dalle lancette degli orologi elettrici della casa, ferme su quell’orario.

Sulla base di testimonianze acquisite all’interno del palazzo (inquilini che riferiscono di rumori sospetti provenienti dalla casa delle vittime) la strage viene compiuta alle 23:30 del 29 ottobre; l’assassino va via alle 5 del mattino del 30 ottobre. L’omicida resta lì, insomma, per circa 5 ore e mezza. Perché lo fa, dal momento che non si preoccupa di ripulire la scena del crimine, lasciandola anzi in uno stato di totale e spaventoso macello, e dal momento che non cancella le sue tracce lasciate lì dentro (impronte di scarpa, frammenti di vetro di occhiali per la vista principalmente)?

Tra le varie possibili, forse una risposta plausibile è questa: l’assassino stava cercando qualcosa o più cose da portare via con sé. Forse per evitare che queste cose aiutassero gli investigatori a identificarlo e a smascherare la sua colpevolezza.

Dall’appartamento di Domenico Santangelo risultarono mancare due cose: una pistola Baby Browning calibro 6,35 di sua proprietà e il diario personale di Angela, sua figlia. Sono due elementi contraddittori in apparenza: perché se la mancanza del diario di Angela suggerisce un movente privato/passionale, l’assenza dell’arma suggerisce invece un movente diverso, forse collegato ad affari oscuri e quindi alla malavita.

Ma potrebbe anche non essere così: se l’assassino ha portato via la pistola del Santangelo (lasciando in quella casa la fondina e i bossoli) vuol dire che conosceva molto bene le abitudini della vittima. Al punto di sapere che lui deteneva un’arma e al punto di sapere dove lui la teneva conservata.

Quindi abbiamo un altro elemento che ci fa ipotizzare l’agire di un omicida che conosceva molto bene casa Santangelo e che frequentava le vittime. In questo caso la pista potrebbe sempre essere privata, passionale. E l’arma è stata fatta sparire per attuare un depistaggio. Far pensare ad una vendetta della malavita.

La pista malavitosa è suffragata da due elementi sostanzialmente: la circostanza che vide i Santangelo venire a contatto con un rapinatore di origine calabrese (tale Annunziato Turro) che si spacciò per un ingegnere chimico e che affittò una casa di campagna di proprietà di Gemma Cenname, abbandonandola dopo qualche tempo senza più corrispondere l’affitto e lasciando lì dentro delle brandine, un paio di manette e delle funi, nonché una frase inquietante che disse Angela ad un suo collega di lavoro il giorno prima di morire (una frase in cui si faceva riferimento ad un ingegnere e alla paura, di lei, di finire morta ammazzata, scannata).

Però anche su questo punto c’è una considerazione importanti da fare: “Telefono Giallo” intervistò nel 1988 tale Gaetano Santangelo (il fratello di Domenico, la vittima). Gaetano Santangelo riferì che suo fratello Domenico era una persona molto paurosa; la sera, dice  Gaetano, lui si chiudeva dentro al suo appartamento, con i propri familiari, e non apriva a nessuno. Se non a persone che conosceva benissimo.

A fronte di ciò, è dunque reale immaginare che Domenico Santangelo avrebbe aperto la porta di casa propria, alle undici e mezza di sera, ad un tizio che lui e la moglie conoscevano solo per rapporti d’affari e che (sulla base dei fatti ultimi) veniva fuori come un soggetto misterioso, forse appartenente al giro della malavita, dei latitanti malavitosi e/o dei sequestri di persona operati dalla delinquenza organizzata? E’ reale immaginare che una persona molto paurosa come Domenico Santangelo avrebbe cercato di ricattare un rapinatore coinvolto in vicende di latitanti da nascondere o di sequestri di persona?

Forse no ma allo stesso tempo è meglio lasciare lo stesso a risposta aperta queste domande. Perché una eventuale, nuova indagine su questa vicenda non dovrà comunque tralasciare nessuna pista.

Altri due dati oggettivi sui quali “Telefono Giallo” si sofferma riguardano la soppressione del cagnolino Dick (di proprietà dei Santangelo) e il deposito dei cadaveri dei coniugi nella vasca da bagno dell’abitazione.

Perché il cagnolino Dick fu ucciso, mediante soffocamento? la spiegazione che sembra più convincente è questa: l’assassino voleva impedire che l’abbaiare della bestiola fosse di disturbo per il compimento della strage e fosse di rischio per la scoperta rapida del massacro.

Ma, suggerisce il programma, può esserci anche un’altra spiegazione: l’assassino forse temeva che, lasciando in vita il cane, sarebbe stato, per dir così, successivamente “riconosciuto” a modo suo, cioè dalla bestiola, durante gli accertamenti della polizia, come un soggetto che si trovava in confidenza stretta con i Santangelo.

Non è una ipotesi assurda. Soprattutto se consideriamo che i Santangelo (come risulta dalle varie testimonianze acquisite) erano persone molto scostanti, un po’ antipatiche, che non avevano confidenza con gli altri condomini del loro palazzo e che frequentavano pochissime persone. Inoltre, il loro cagnolino Dick non era una bestiola del tutto docile. Abbaiava spesso, a chiunque. Quindi era un cane che, per istinto, non si fidava quasi di nessuno.

C’è tra l’altro una testimonianza in proposito: Flora Testa, la portiera del palazzo al numero 78 di via Caravaggio, riferì ad un giornalista, l’11 novembre 1975, di un uomo. Un uomo sui 50 anni, capelli brizzolati, alto circa 1 metro e 75 che ogni tanto, di pomeriggio, scendeva nella strada antistante il condominio con il cagnolino yorkshire dei Santangelo, Dick. Tenendolo a spasso per una decina di minuti. Era l’assassino quell’uomo? Oppure chi era? Uno che era talmente di casa, o quasi, con i Santangelo da portare a spasso il loro cane? Al punto tale che anche il cane si fidava molto di questo individuo ed era mansueto con lui?

CONTINUA…

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