Francesca Alinovi: il delitto del Dams

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alinovidi Daniele Spisso redazione.cronacanera@gmail.com

12 giugno 1983. Francesca Alinovi, 35 anni, critico d’arte e insegnante di Estetica dell’Arte presso l’Università Dams di Bologna, viene uccisa con 47 colpi da punta e taglio nel suo piccolo appartamento in una palazzina a due piani di via del Riccio 7, nel capoluogo emiliano.

Fu un delitto che all’epoca fece molto discutere a livello nazionale, per diversi motivi: per le circostanze inquietanti che caratterizzarono la scena del crimine (Francesca Alinovi fu trovata straziata da 47 “coltellate”, stesa sul pavimento di casa sua e coperta da due grossi cuscini da salotto – su uno di questi due fu trovata una rosa rossa di plastica; nel bagno di casa, su un vetro, fu trovata una scritta in inglese piuttosto strana. Ma questo dettaglio sarà chiarito in seguito: la fece un amico della Alinovi che aveva un alibi sicuro per quel giorno), per la personalità eccentrica e particolare della vittima, per l’ambiente universitario altrettanto eccentrico che faceva da sfondo all’attività lavorativa della vittima, il Dams appunto.

A questi possiamo aggiungere il fatto che tragicamente, casualmente, incredibilmente proprio nel corso di quell’anno (tra il gennaio e il dicembre del 1983), oltre a Francesca Alinovi, caddero vittime di spaventosi delitti anche altre tre persone che avevano a che fare con l’ambiente universitario del Dams di Bologna. E cioè: Angelo Fabbri (assistente universitario), Liviana Rossi (studentessa), Leonarda Polvani (ex studentessa). Ma si tratta di tre omicidi avvenuti in circostanze diverse, in luoghi diversi e con modalità diverse tra loro (e diverse anche dal delitto Alinovi, naturalmente). Qualcuno cercò di specularvi sopra, costruendo l’inesistente figura del Mostro o del Serial-killer del Dams di Bologna. Una sciocchezza destinata, fortunatamente, a sgonfiarsi mediaticamente quasi subito.

Le indagini sul delitto Alinovi portarono all’arresto di Francesco Ciancabilla: 25 anni, studente di Estetica dell’Arte presso il Dams, allievo della vittima. Era un ragazzo dalla personalità tormentata e difficile, alquanto “borderline”, con accentuati problemi di droga. Risultava avere una relazione con Francesca Alinovi. Ma una relazione complicata, difficile e anche atipica: Francesca lo aveva conosciuto attraverso l’ambiente universitario, si era molto innamorata di lui (quasi lo considerava il suo “doppio”, una “clonazione” di se stessa e della propria personalità) e aveva deciso di iniziare con lui una storia.

Lo aveva lanciato come pittore nella corrente degli Enfatisti (dalla Alinovi stessa promossa) e aveva organizzato per lui mostre ed esposizioni di quadri. Ciancabilla, invece, considerava Francesca solo come un’amica e aveva con lei un rapporto quasi platonico dal punto di vista passionale. Al punto che, mentre Francesca desiderava avere rapporti sessuali, lui si sottraeva.

La loro storia atipica andava avanti tra alti e bassi e c’erano frequenti litigi, anche violenti: in una occasione, Ciancabilla aveva preso un paio di forbici ed aveva avuto una colluttazione con Francesca, mettendole a soqquadro l’appartamento. In un’altra aveva minacciato di suicidarsi gettandosi da una scarpata con l’auto, rischiando di far morire anche la Alinovi che in quel momento era con lui nella vettura.

ciancabillaIl pomeriggio del 12 giugno 1983 (giorno del delitto), Ciancabilla e la Alinovi erano insieme. Lui confermerà agli inquirenti la circostanza ma dirà di aver lasciato l’appartamento del crimine (per recarsi alla stazione di Bologna e partire per Pescara, la sua città di residenza – partenza che era in programma già prima del 12 giugno) verso le ore 19:30. E dirà che Francesca era ancora viva.

Le indagini accerteranno che non era così: Francesca venne uccisa poco dopo le 18 – a dimostrarlo sarà una perizia eseguita sul suo orologio da polso, la sua assenza ad un importante appuntamento previsto per il 12 sera, il telefono muto dalla tarda serata e la mancanza di rumori nell’appartamento del delitto dalle 20 circa in poi. Inoltre la porta d’ingresso della casa del delitto non presentava segni di effrazione e la vittima non presentava segni da difesa. Francesca Alinovi faceva entrare in casa solo persone che conosceva molto bene – tanto da avere l’abitudine di affacciarsi dalla finestra, ogni volta che le citofonavano, per accertarsi dell’identità dei propri ospiti.

La ricostruzione della sua vita privata e la lettura dei suoi diari permeisero di scartare l’esistenza di nemici e/o spasimanti e quindi di altri possibili moventi. Le uniche impronte digitali presenti nella casa del delitto appartenevano alla Alinovi e al Ciancabilla. Francesco Ciancabilla (che si proclamerà innocente) fu arrestato, rinviato a giudizio e processato: in primo grado venne assolto per insufficienza di prove, in secondo grado condannato a 15 anni di carcere per omicidio volontario e in Cassazione ancora condannato, ma a 12 anni di carcere per omicidio preterintenzionale. Prima del pronunciamento della sentenza di Corte d’Appello, però, l’imputato era fuggito all’estero. Venne casualmente scoperto molti anni dopo, nel 1997, in Spagna. Riportato in Italia, scontò la condanna definitiva. Oggi è libero.

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