Il delitto del Dams: parla l’avvocato di Parte Civile, Achille Melchionda

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alinovi libro

di Daniele Spisso redazione.cronacanera@gmail.com

L’intervista che segue è stata gentilmente concessa dall’Avvocato Achille Melchionda, del Foro di Bologna. L’Avvocato Melchionda è stato il legale di Parte civile dei familiari di Francesca Alinovi, giovane professoressa di Estetica dell’Arte presso il Dams di Bologna assassinata il 12 giugno 1983. Per il suo assassinio, diventato e rimasto uno dei casi di cronaca nera più noti ed inquietanti degli ultimi 30 anni, è stato condannato in via definitiva Francesco Ciancabilla, allievo della vittima e suo partner all’interno di una relazione tormentata e drammatica. L’Avvocato Melchionda ha ricostruito questa terribile vicenda in un bel libro, pubblicato nel 1998 e intitolato “Francesca Alinovi-47 coltellate”.

Avvocato Melchionda, può ricordarci brevemente come ha inizio la tragica storia dell’assassinio di Francesca Alinovi?
Potrei dire da un capriccio o da una perversità del destino. Più realisticamente dall’incontro di due personalità vittime di quanto ha ritenuto il perito psichiatra: “relazione esplosiva ed incontrollabile”.

Come e quando è entrato in questa storia come legale di Parte civile dei familiari della vittima?

Uno o due giorni dopo il rinvenimento del cadavere di Francesca, su iniziativa di suo cognato (marito della sorella), al quale alcuni amici avvocati hanno indicato il mio nominativo.

Quali furono gli elementi più gravi e più determinanti che portarono gli investigatori a sospettare del compagno di Francesca Alinovi, Francesco Ciancabilla, poi tradotto in arresto una settimana dopo l’omicidio?
Tutti quegli indizi analiticamente descritti nel mio libro (si veda anche l’articolo “Francesca Alinovi: il delitto del Dams”, n.d.r.). Di certo uno dei più indicativi: il fatto che nei 3 giorni dalla scomparsa di Francesca (compresa l’inspiegabile sua assenza all’appuntamento del 12 giugno sera), mentre tutti gli amici di Francesca erano alla frenetica sua ricerca, l’unico rimasto inattivo, inerte, indifferente, era proprio lui: Francesco Ciancabilla. Determinanti altresì le immediate dichiarazioni dei comuni amici, testimoni anche dei momenti critici nel rapporto dei due protagonisti.

Una delle accuse maggiormente rivolte dall’esterno (mass media, opinione pubblica) alle autorità inquirenti fu quella di indagini preliminari svolte in modo unidirezionale. Qual’è il suo parere in proposito?
Come può non essere unidirezionale una indagine la cui somma di segnalazioni e sospetti è unidirezionale?

Una delle principali testi di questa inchiesta, tale Anna Agari (coinquilina del Ciancabilla), riferì che l’imputato (alle ore 20:00 circa del 12 giugno – quando i due si incontrarono alla stazione di Bologna) aveva indosso gli stessi abiti adoperati nel primo pomeriggio dello stesso giorno. Potremmo anche mettere in dubbio, oggi (se non fu già fatto all’epoca), questa affermazione e ipotizzare che l’imputato nascondesse in una delle sue due valigie da viaggio i propri vestiti macchiati di sangue indossati al momento del delitto Alinovi?
Non credo che Ciancabilla si sia cambiato d’abito e che Anna Agari abbia al riguardo mentito. La modesta forza impressa alle 47 coltellate, di pochi centimetri di profondità, non può avere determinato schizzi di sangue di sensibile gettata.

Ritiene possibile, Avvocato, che l’omicidio sia scaturito da un furto di denaro (ad opera del Ciancabilla) scoperto d’improvviso da Francesca Alinovi? Sappiamo infatti che in casa della vittima soldi non ne furono trovati da nessuna parte e sappiamo dei problemi del Ciancabilla legati all’uso di sostanze stupefacenti. Tanto che la sera stessa del 12 giugno 1983, l’imputato ricorse ad una certa somma di denaro che aveva con sé per rifornirsi di droga fuori dalla stazione di Bologna.
Possibile sì, probabile anche, sicuro no, perché solo una testimonianza di Francesca avrebbe potuto affermarlo.

Avvocato, può riassumerci in sintesi la personalità di Francesca Alinovi?
Preferisco rimettermi alla perizia psichiatrica che, non a caso, ho ritenuto utile e doveroso riportare integralmente nel libro: “personalità complessa, forte e fragile insieme”.

Può riassumerci in sintesi la personalità di Francesco Ciancabilla? Ci sono episodi che dimostrarono l’esistenza di una indole violenta o comunque aggressiva dell’imputato?
Sì, episodi di violenza anche nei confronti di altre persone, oltre Francesca, sono stati accertati e valutati durante il processo come pure ho riportato nel libro.Quanto alla sua personalità, mi rimetto ancora alla perizia psichiatrica che lo ha definito, soprattutto per le anomalie della sua sessualità, di “parziale capacità di intendere e di volere”.

Può ricostruire per noi il tipo di rapporto che avevano la vittima e l’imputato?
Credo di naturale incompatibilità, sempre per quanto è emerso dalla perizia.

Per quel che Lei ricorda Avvocato, la città di Bologna come “reagì” alla notizia di questo omicidio? Vi fu partecipazione, interesse, curiosità attorno alla scoperta della verità e quindi dell’identità del colpevole?
Massima, eccessiva, disinformata, non obiettiva partecipazione; per giorni e giorni non si è scritto né parlato di altro.

alinoviE’ vero che vi furono anche squallide speculazioni mediatiche su questo caso, tanto che nacque l’inesistente figura del Mostro del Dams di Bologna?
Non direi “squallide” ma certamente sopra le righe; quanto mai forzata poi, la “figura del mostro” perché mai dimostrata né provata.

Durante il processo Ciancabilla di primo grado, la difesa dell’imputato cercò di puntare una certa attenzione su un conoscente di Francesca Alinovi, tale Umberto Postal. Può ricordarci chi era il Postal e che ruolo occupò in merito alle indagini su questo omicidio?
Postal era un amico, estimatore di Francesca (ottimi e senza mai un solo screzio i rapporti tra i due) contro il quale peraltro anche i difensori ritennero di poter avanzare dubbi e sospetti, tutti poi abbandonati per l’approvata sua estraneità.

Nel corso dell’iter giudiziario a carico del Ciancabilla, vi erano più innocentisti o più colpevolisti tra opinione pubblica e mass media?
Certamente molto più numerosi gli innocentisti; solo durante e dopo il processo i media hanno riveduto e modificato l’orientamento (ricordo in particolare il comportamento di due cronisti, inizialmente innocentisti che proprio nel corso del processo mi confidarono di avere dovuto cambiare opinione).

Centrali furono, nei processi, quattro elementi-chiave di questo caso: una scritta in lingua inglese sul vetro del bagno di casa Alinovi; un paio di occhiali da sole graduati Ray-Ban trovati sempre nel bagno di casa Alinovi; l’esito degli esami dattiloscopici; l’esito di una perizia condotta sull’orologio Rolex trovato al polso della Alinovi deceduta/l’alibi di Ciancabilla. Ce li può riassumere?
Del tutto irrilevante la scritta nel bagno (confermata come di pugno di Postal e di alcuni mesi prima dell’omicidio); gli occhiali  Ray-Ban (come potei provare durante il processo) non poteva averli dimenticati o perduti il presunto assassino ipotizzato dai difensori, perché erano occhiali di Francesca; nessuna impronta digitale di terze persone oltre ai due protagonisti; la perizia sull’orologio è stata se non determinante, molto importante, avendo accertato, al di sopra di qualsiasi ragionevole dubbio, ora e minuti, di arresto di movimento del braccio della vittima; nessun ragionevole e provato alibi ha potuto prospettare Ciancabilla.

L’assassino lasciò una rosa rossa di plastica su uno dei cuscini che coprivano il corpo di Francesca Alinovi?
Quella specie di rosa di plastica la cui presenza nei pressi del cadavere è stata stranamente enfatizzata dai media, era semplicemente caduta da un mobiletto urtato dalla caduta della vittima.

Si aspettava, in primo grado, una assoluzione del Ciancabilla (pur solo per insufficienza di prove)? Cosa determinò, secondo Lei, questa sentenza e che cosa determinò invece il diverso verdetto (condanna) in Corte d’Appello, poi confermato in Corte di Cassazione?
Non me l’aspettavo, secondo logica ed esperienza; come ho scritto e dimostrato le componenti femminili della giuria popolare hanno messo in minoranza la Corte e sicuramente lo stesso Presidente (ne ho descritto, infatti, lo spazientito gesto alla lettura del dispositivo di sentenza).

Prima della lettura della sentenza di secondo grado, Francesco Ciancabilla fece perdere di sé ogni traccia e fuggì. Restando latitante per 10 anni. Questo suo grave atteggiamento (malgrado l’imputato si sia sempre proclamato innocente), lo interpreterebbe però come una ammissione di colpevolezza da parte del Ciancabilla?
No, non come una “ammissione” , ma certamente come un fondato timore di condanna e quindi di ritorno in carcere.

Come è stato possibile, Avvocato, che la latitanza di Ciancabilla sia durata tanto tempo?
Perché sono stati molto prudenti e accorti i genitori nei rapporti conservati col figlio durante la latitanza; il 90% delle individuazioni dei latitanti è risultato di attento controllo del movimento dei parenti, dovuto a loro superficialità.

Nel novembre 1989, Telefono Giallo dedicò una propria puntata a questo caso. Lei decise di non intervenire in studio. Può spiegarci il perché?
Perché il difensore di Ciancabilla non si dichiarò disponibile ed a me parve scorretto portare una voce di accusa in assenza di quella della difesa.

Adesso che questa vicenda si è chiusa definitivamente, cosa le è rimasto di questa storia?
Il ricordo dell’impegno profuso in un processo di così evidente delicatezza; l’orrore per la gravità complessiva del fatto; il rimpianto per la scomparsa di una personalità tanto importante per la cultura artistica nazionale; l’ammirazione per quelle pagine del diario di Francesca, di incalcolabile valore intellettuale  e culturale.

Ha avuto più modo di mantenersi in contatto con i familiari di Francesca Alinovi?
Ovviamente no, non ne avevo ragione né titolo alcuno.

Avvocato, cosa l’ha spinta a scrivere un libro su questa vicenda?
Da più parti presunti “giallisti” e o scrittori avidi di fama ma non di informazione storica precisa, continuavano a diffondere il sospetto di un processo mal fatto e quindi di una ingiusta condanna: ristabilire la verità era possibile, solo avendo la pazienza e lo scrupolo di accertarsi di come erano andate le cose giudiziarie. Ciancabilla o chi per lui poteva continuare a sbandierare il presunto errore giudiziario: lei no, la vittima non poteva più difendersi. Come si legge nella premessa del libro ho sentito come un dovere fare conoscere la verità,  cioè come “dovere alla memoria dell’infelice Francesca Allinovi”.

Come dovremmo ricordare Francesca Alinovi?
Credo sia giusto ricordarla per quella che era e che emerge dal suo splendido diario, nel bene e nel male, come ogni essere umano. Ho scritto e qui devo ripetere: “Non si dimentichi che quel diario non è stato scritto per essere oggetto di pubblicazione, ma unicamente per la necessità che l’incompresa Francesca aveva di consigliarsi ed esprimersi con sé medesima”.

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