Doina Matei: ma un po’ d’equilibrio si riesce ad averlo?

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Eh, bella domanda. Lei è quella che anni fa uccise una ragazza nella metro di Roma, con un ombrello. La storia l’abbiamo raccontata qui.  Qualche giorno fa il Messaggero ha scoperto che su Facebook aveva postato foto sorridenti, di gioia, davanti al mare. Apriti cielo: il magistrato di sorveglianza interrompe i benefici di pena, l’avvocato Marazzita che dice che anche lei ha diritto a rifarsi una vita, il senatore Manconi grida che siamo tornati all’inquisizione e che una detenuta ha diritto a sorridere e ricominciare dopo aver pagato; la famiglia della vittima dice che si sono sentiti male quando hanno visto le foto. Massimo Gramellini dice che ha il sospetto che lei se ne freghi delle emozioni degli altri. Su Facebook appaiono i soliti e scontatissimi commenti violenti.

La vita di Doina Matei era stata brutta già da prima di quegli attimi di morte a Termini. Chi scrive queste parole conosce quella banchina della metropolitana: migliaia e migliaia di persone ci passano ogni giorno, senza ricordare che 9 anni fa c’era del sangue per terra. I vent’anni di Doina avevano già conosciuto la prostituzione e due figli usciti fuori chissà come. Era già una vita buttata quando decise di reagire alla lite con Vanessa Russo (nella foto sotto) e risolverla con quel colpo all’occhio. Il processo fu tutto lì: voleva uccidere o ferire? I giudici scelsero la seconda tesi.

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Ha diritto a reinserirsi nella società dopo aver pagato? Certo, lei come tutti, è quello il senso della pena, la rieducazione del condannato. Lo dice la Costituzione. Punto. Ma ha diritto anche a mettere sui social la sua gioia perché sta ricominciando a vivere, perché ha la semilibertà, perché ha quasi finito di scontare la condanna? Il punto è questo. Perché fin qui abbiamo parlato di Doina, ma lei è viva; mentre Vanessa è al cimitero. Qualunque cosa sia accaduta quel giorno a Roma (chi ha provocato e insultato chi), Vanessa è morta e lei è viva. E dunque?

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Se volete sapere la nostra, in un certo senso hanno ragione tutti. Doina (che ha sempre detto di essere pentita) ha diritto ad essere recuperata e lo Stato ha il dovere di farlo.  Ma non si è resa conto che postando quelle foto su una roba come Facebook le ha fatte vedere al mondo e nel mondo c’è anche la famiglia Russo. Quando commetti un omicidio te lo porti dietro tutta la vita: e anche se sei recuperato ci vuole attenzione per le vittime e le loro famiglie. Ha il diritto di avere un profilo sui social network, di sorridere, ma meno di mostrarlo, perché suona o può suonare offensivo per chi non cicatrizzerà mai la sua ferita. Va anche tenuto in conto questo: che, comunque, non erano foto direttamente irridenti o offensive.

Insomma, un po’ d’equilibrio (cosa quasi impossibile, in Italia) non farebbe male. Davvero.

di Fabio Sanvitale


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