Mostro di Firenze: il libro che dimostra che l’omicidio di Baccaiano è tutto da riscrivere

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C’è un libro che tutti quelli che vogliono sapere la verità sul Mostro di Firenze dovrebbero leggere: è “Mostro di Firenze- al di là di ogni ragionevole dubbio”  che è uscito proprio in questi giorni. L’hanno scritto tre che la sanno lunga su questa storia: Paolo Cochi, Francesco Cappelletti e Michele Bruno. Sapete perché è importante? Perchè di tutta questa storia ne sappiamo molto, ma non tutto; e soprattutto la faccenda dei Compagni di Merenda fa acqua da tutte le parti. Già tempo fa vi avevamo parlato qui del documentario di Paolo Cochi in cui si dimostrava, con tutta una serie di pareri scientifici, che l’ultimo delitto del serial killer non era avvenuto nella notte tra il 7 e 8 settembre 1985, ma perlomeno 24 ore prima, se non 48; con tanti saluti all’affidabilità, da sempre piuttosto ridicola, delle accuse di Lotti e Pucci a Pacciani. Una specie di domino, di cui ovviamente a Firenze nessuno vuole sentir parlare in Procura, perché resta troppo scomodo ammettere di essersi sbagliati.

A dimostrazione degli errori che furono commessi c’è un pezzo del libro che è davvero illuminante. Ed è quello che riguarda l’omicidio di Baccaiano di Montespertoli, uno dei più drammatici. Quello in cui Paolo Mainardi e Antonella Migliorini furono uccisi proprio quando credevano di esser riusciti a scappare. Furono attimi veloci e mortali. L’assassino che spara quando hanno appena finito di fare l’amore, Paolo che riesce a ingranare la retromarcia anche se colpito alla spalla, lei che urla impazzita nella 127 celeste, l’auto che schizza fuori dalla piazzola di sosta e si ritrova sulla provinciale. Ma Paolo è ferito, manovra male ed è terrorizzato, l’auto si incastra in un fosso, l’assassino con calma assoluta sbuca sulla strada, centra i due fari che lo accecano e poi -la luce interna dell’abitacolo è restata accesa- uccide i ragazzi. Poi se ne va. E’ il 20 giugno 1982.

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E allora? Quale sarebbe la novità? “L’omicidio Mainardi-Migliorini – raccontano i tre autori – è indubbiamente quello in cui possiamo ragionare in termini di minuti piuttosto che di ore, o peggio di giorni.  Esiste infatti un nutrito testimoniale  che permette di ricavare i tempi dell’aggressione con scarti  forse  inferiori al minuto. Quella sera, sulla via Virginio Nuova, transitarono diverse auto, due delle quali in particolare rischiarono seriamente di trovarsi a tu per tu con lo sparatore in mezzo alla carreggiata. I testi sono poi quelli che diedero l’allarme e che pertanto vennero sentiti a non più di qualche ora dal delitto. E’ proprio da Baccaiano, intorno alle 23:45, che sta scendendo una Matra SIMCA Ranch con a bordo tre ragazzi”. Quest’auto arriva un attimo prima del delitto, va a 40, vede la 127 con la luce interna accesa: è ferma nella piazzola dove tra pochi secondi sarà aggredita dal serial killer; e non incrocia nessun altra vettura prima del bivio per Poppiano, dove incrocia il 128 di un amico. Amico che conferma e che, quando al massimo un minuti dopo passa nello stesso punto, trova l’auto nel fosso, tanto che si ferma per prestare soccorso.

Un minuto e mezzo. Cochi, Cappelletti e Bruno ci dicono – combinando la velocità delle due auto e la distanza – che il tempo esatto tra il passaggio della prima e della seconda autovettura davanti la piazzola è di un minuto e mezzo al massimo. Risulato: due morti e una fortuna sfacciata per l’assassino.

Ma Lotti non ha testimoniato che erano andati lì, Pacciani e Vanni, a bordo di due auto lasciate parcheggiate sulla provinciale? E perché quelli della Simca non le hanno viste? E perché quelli della seconda auto non le hanno incrociate? E perché nessuno ha visto Lotti, che asserisce di esser rimasto sulla strada a fare il palo? Perchè Lotti mente. Non è mai stato lì, nè ha mai partecipato a nessun delitto. Lotti dice che arrivarono, gli spiegarono che si faceva (!!!), chi sparò, chi fece il palo, poi parlarono un attimo per accordarsi e poi via, si fuggì. Fanno, a stare stretti, due minuti almeno. No, coi tempi non ci stiamo.  Calcolate che sulla provinciale non c’è corsia di emergenza, ovviamente.

Sono testimonianze che hanno da sempre fatto parte del fascicolo del processo. Questo è l’incredibile. Questi processi – Pacciani e Compagni di Merende – diventano sempre più ridicoli, col tempo che passa. Emergono sempre di più le contraddizioni, il pressapochismo dell’inchiesta, le forzature, il desiderio di verificare un’ipotesi preconcetta e non di falsificarla.  E c’è di peggio. Continuiamo a leggere: “Dopo aver visto il Lotti tentare di filarsela prima del tempo, Pacciani non sembra essersi affatto preoccupato di aver lasciato in giro  un testimone oculare,  oltretutto sparito dalla circolazione da parecchi giorni. Sarebbe solo a seguito di un incontro casuale al bar, dopo più di una settimana appunto, che Pacciani potrà sincerarsi di non aver lasciato andare un delatore ma di essersi fidato dell’uomo giusto. Come hanno fatto  Pacciani e Vanni ad essere così sicuri che Lotti non si fiondasse dai Carabinieri per spifferare tutto? Che cosa accade nel gruppo dal Giugno del 1982 fino al Settembre del 1983, non possiamo qui riferire, in quanto nulla avrà a dichiarare Lotti, che farà riprendere il racconto solo a pochi giorni dal nuovo delitto di Giogoli”. 

Sono solo alcuni degli assurdi aspetti di quelle inchieste che troverete nel libro. Chiunque cerchi altri pezzi di verità sul peggior serial killer italiano dovrebbe leggerlo.

di Fabio Sanvitale


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