No, Blue Whale non esiste. E smettiamo di parlarne.

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Ok, ma Blue Whale esiste davvero? No, manco per niente. Zero prove. Vediamo perché.

  • Chi ha scritto di Blue Whale come di un pericolo imminente non sa che la Mursaliyeva è stata criticata da più parti in Russia. Che siti giornalistici seri come Radio Free Europe l’hanno molto criticata e siti seri di fact-checking come Snopes non hanno trovato conferma a quanto ha scritto.
  • Nell’articolo della Novaya Gazeta si mostra una mappa misteriosa in cui sono collegate tra loro le città russe di Chelyabinsk, Ussuriysk, Mosca, Krasnodar e Tula. La madre di una ragazzina che si è uccisa afferma di averla visto su VK a gennaio 2016 e “da febbraio ci sono stati suicidi di ragazzini in queste città”. Ma senza affiancare dati ufficiali che lo dimostrino, è tutto nella testa di questa madre.
  • Come hanno fatto notare i colleghi russi di Meduza, nell’articolo, molto emotivo, non ci sono esperti di psicologia dell’adolescenza, non c’è alcun tentativo di comprendere i meccanismi di suicidio adolescenziale. L’unico commento tecnico è del figlio della Mursaliyeva, esperto sì, ma in psicologia degli anziani…
  • Parlano solo i genitori dei ragazzi. Le cifre le forniscono loro. La giornalista non ha parlato con gli amministratori di quei gruppi, con quelli di “VKontakte”, col Ministero dell’Interno e l’Ufficio del Procuratore generale, e non ha intervistato esperti di internet e social network. Non ha fornito cifre ufficiali.
  • L’hanno fatto, invece, a 24 ore dall’articolo della Gazeta, quelli di www.lenta.ru. E hanno scoperto che non c’era nessun adulto burattinaio a fare l’amministratore di quei gruppi, erano tutti ventenni.
  • La Mursalyeva non sa nulla della psicologia del suicidio. Si stupisce che tutti i ragazzi mostrassero un comportamento normale prima di buttarsi giù quando è la norma.
  • Togliersi il giaccone o ricevere una telefonata da un amico non sono prove.
  • Budeykin  non è l’inventore di Blue Whale, come molti hanno scritto.
  • E’ sbrigativo risolvere tutto con Internet. Che in Russia ci siano purtroppo molti, troppi suicidi di minori è un fatto, che la colpa sia tutta di internet è tutto da dimostrare.
  • “Le Iene” hanno toppato. Nel loro servizio collegavano a “Blue Whale” la morte di un 15enne livornese e mostravano video di suicidi. Poi è arrivata la dimostrazione che quei video o erano falsi o non erano russi (eccola qui).
  • Chi dice che tutti quei ragazzi siano morti perché stavano in quei gruppi? E se ci fossero entrati perché avevano già deciso di uccidersi? Un gruppo VK può fare da ultima spinta sul burrone di una decisione già presa. Siamo mica automi.  Non è che uno entra in Blue Whale senza problemi e poi si uccide. Se ci entri è perché hai già un problema. Un adolescente equilibrato non ci andrebbe, quindi dire che tutti i nostri figli siano a rischio è del tutto esagerato. Esisitono, ad esempio, siti pro-ana, cioè che incitano all’anoressia, ma chi è che li scopre e li frequenta, li cerca? Chi è interessato all’ argomento, chi ne è attratto, chi vuol sapere insomma come restare anoressica, chi vuol nutrire il proprio disturbo.
  • Un’altra cosa: i 130 casi sono un numero dato dall’associazione dei genitori, 80 casi sospetti lo dicono sempre loro, di questi la polizia russa ha sospettato Budeykin di aver istigato 15 adolescenti al suicidio. E i “gruppi della morte” su VK hanno scoperto che non erano 1.000, ma 8. Smettiamola con l’allarmismo di chi scambia un polpo per una balena.
  • Non esiste nessuna organizzazione segreta che incita al suicidio e denominata Blue Whale ma ad oggi solo un criminale, che agiva su menti che cercavano la morte (e che ovviamente merita di stare in galera).
  • Quando un genitore vede suicidarsi il proprio figlio sente esplodere ovviamente un immenso senso di colpa. Stavolta la colpa è stata data a quella cosa impersonale che è il web, facile vero? Senza chiedersi se in quelle famiglie ci sia qualcosa che è andato storto o no. E’ facile, troppo facile, dare la colpa a internet e non guardare in sé stessi, alle relazioni che si sono instaurate.
  • Invece di inventarci storie su Internet, stiamo alle cifre. Secondo i dati dell’ Ufficio del Procuratore generale, in Russia, il 62% dei suicidi tra gli adolescenti sono associati a conflitti familiari, con gli insegnanti, i compagni di classe, amici, al timore di violenze da parte di adulti, amore non corrisposto, mancanza di opportunità, mentre l’alcolismo diffuso e l’abuso di droga contribuiscono.
  • Accanto a quotidiani che hanno spiegato tutto questo correttamente (citiamo Il Corriere della Sera e Repubblica) ci sono i campioni dell’allarmismo inutile e antiprofessionale (come quotidiano.net). “Bufale un tanto al chilo” ha ricostruito che la storia di Blue Whale “arriva dalla Russia, ma fa giri larghi per venire riportata prima in UK dalle solite testate fuffa come Daily Mail, Sun e Mirror, per poi venire ripresa (sempre senza il minimo senso critico) dalle agenzie italiane che la fanno arrivare fresca fresca su alcune testate nazionali”. L’Adn-Kronos pubblica invece un lancio in cui improvvisamente scopre l’esistenza del cutting, ma non resiste a infilarci Blue Whale nel titolo: basta leggerlo per capire che sta parlando di due cose diverse. Quando impareranno certi colleghi a collegare la testa prima di scrivere? Abbiamo responsabilità precise che non possiamo ignorare.

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  • La Polizia Postale ha rettificato il tiro e controllato oltre 120 segnalazioni senza trovare niente, se non ragazzini in cerca di qualcosa di nuovo o che avevano voglia di farsi notare. Non è che tagliarsi = Blue Whale. Ci si tagliava anche prima.
  • Piuttosto, il rischio vero, concreto di diffondere questo terrorismo psicologico (di cui non abbiamo bisogno) è nell’ Effetto Werther, cioè nell’emulazione da parte di qualche ragazzino, che già sta pensando di uccidersi, di farlo alla Blue Whale maniera. In questo caso ci ritroveremmo un falso fenomeno che creerebbe veri suicidi. Ma vi rendete conto?

 di Fabio Sanvitale (2 di 2)

 

 


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