L’omicidio irrisolto di Paolo Seganti

È  una notte d’estate, quella tra l’11 e il 12 luglio 2005, a Montesacro, Roma. Paolo Seganti è un uomo di 38 anni, alto e atletico, che, come fa spesso, prende il motorino, un “Honda Sh 150” nero. Esce di casa alle 22, dicendo alla madre che va a innaffiare le piante del Parco delle Valli. Le ha messe lui, in quel terreno in abbandono, ma non piove da un po’. Parcheggia lo scooter vicino l’ingresso ed entra nel buio. Un buio che era già stato teatro di aggressioni, danneggiamenti, furti. Paolo lo sa come lo sanno tutti a Montesacro e, per evitare di essere derubato, lascia portafoglio e cellulare sul motorino; entra solo con l’innaffiatoio. Sa che gira brutta gente, da quelle parti. Di giorno bambini e anziani della bocciofila: di notte barboni o stranieri che si ubriacano e dormono sotto gli alberi. La gente che abita lì ha paura.

Siamo tra le 22 e le 22,30 quando delle urla attirano l’attenzione delle finestre aperte, della gente sui balconi dal lato di via Val d’Ala. Una voce maschile sta gridando di dolore dalle parti della recinzione. Si vede un uomo con una maglietta bianca. Urla:Fermatevi! Fermatevi!. Poi –che strano- si allontana barcollando e rientra nel buio. Poi, più nulla. Entrare in quel bosco urbano ci vuole coraggio e allora qualcuno chiama la polizia: le Volanti però non entrano nel Parco, ma danno un’occhiata da fuori. È un errore, perché dentro qualcosa è successo. Quel qualcosa lo si scopre la mattina dopo, quando una donna che alle 7 porta fuori il cane trova il cadavere di Paolo. È a una ventina di metri dall’ingresso del parco. Una ventina di coltellate all’inguine, ai glutei; e poi calci, bastonate. Il naso quasi staccato, la faccia tumefatta e gonfia, la testa sfondata. Un coltello col manico in legno e un bastone vengono ritrovati in un cassonetto.

Alle 23 di quella notte dei testimoni vedono un uomo uscire dal parco: indossa una maglietta bianca e dei pantoloncini corti rossi. Ha a che vedere con l’omicidio? Forse no, sembra assurdo restare mezz’ora-tre quarti d’ora sul luogo del delitto. Comunque, l’identikit è quello che vedete.

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Si può essere omosessuale dichiarato (questo è uno di quei casi rari in cui i genitori lo sanno e non se ne vergognano dopo morto) e cattolico? Si può, ma non è mica facile. Paolo lo era e per lui era un tormento. Studiava teologia, era volontario nei “Papa boys”, ma aveva lasciato il seminario perché sapeva di essere credente e gay e le due cose assieme, si sa, non vanno. Parlava di quel “silenzio ipocrita”, sentiva il peso di “una ostinazione ceca ammantata di prudenza”, che finiva per “gettare molti nella disperazione di una negazione assoluta” di ciò che sono o in una “schizofrenia spirituale e umana”.

Ora, se un gay viene ammazzato a quel modo, in quel posto, accoltellato in quelle parti del corpo, due domande te le fai. Sulle prime pensi a un incontro finito male: ma Parco delle Valli era una terra di nessuno, sì, ma non luogo d’incontri sessuali, né tra uomini, né tra etero, né tra nessuno. Pensi a un furto finito male: poi scopri che portafogli e cellulare erano al loro posto, nel bauletto dello scooter. Allora pensi a una rissa finita male, ma la violenza sproporzionata che si è abbattuta su Paolo (nella foto) non è rissa, è odio profondo. Qui non è finito male niente, questo è un omicidio volontario. Quell’accanimento ha il sapore dell’odio. Paolo è quasi completamente nudo, è un corpo con i calzini e una maglietta incrostata di terra e sangue. Chi l’ha ucciso l’ha fatto spogliare. Il resto dei vestiti è lì attorno. Siamo oltre la rissa e il furto.

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Alle volte gli omicidi nascono per caso. Paolo abitava nel quartiere, non era la prima volta che curava le piante del parco, la sua omosessualità non era nascosta. I barboni, in genere, uccidono durante una lite, stranieri come quelli che dormivano tra gli alberi idem o per rubare. E poi le ferite. Quelle ferite. E quella violenza, di molto superiore al necessario per fare un furto. E allora ci immaginiamo due ragazzi in giro per una notte d’estate, che passano di lì e lo vedono entrare nel buio. Sanno chi è, sanno che quella notte hanno voglia di pestare qualcuno. I gay non li sopportano. Che siano più d’uno lo dice il plurale di quel grido e poi: due armi, due assassini. Non è che prima usi un coltello e poi passi al bastone. E un bastone, così come un coltello, non lo trovi per strada, in città, te lo porti dietro. Paolo viene aggredito, colpito. Grida, cerca la fuga, confuso, in quell’aggressione a moscacieca: ma trova la recinzione, allora grida ancora, si volta, barcollando cerca un’altra via di fuga ma finisce in braccio agli assassini,  che lo finiscono. Era quasi arrivato all’uscita.

In quel 2005 vengono aggrediti frequentatori dello Strike, del Forte Prenestino, tutti centri sociali occupati; e poi gay in via del Corso; aggressioni a volte estemporanee, nate vedendo per strada qualcuno che dava fastidio, a volte vere spedizioni. Nel quadrante di Montesacro le aggressioni, specificamente di omosessuali, sono continuate anche nel 2008 e nel 2011, con pestaggi vari. Ma nel 2005 c’è scappato il morto: Paolo, uno dei tanti in Italia. Due anni dopo, un’area del Parco è stata intitolata a Paolo ed è nata a Roma la GayHelpLine. I suoi assassini non sono mai stati presi.

di Fabio Sanvitale