Perché per noi Valentina Pitzalis è innocente

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Le accuse alla Pitzalis partono, l’abbiamo detto qui , con la pubblicazione del suo libro, nel 2014: ha avuto una storia con un piccolo spacciatore della zona, si drogava, si prostituiva per avere le dosi, da un suo diario si capisce che sta fuori di testa e che voleva morire con lui, è pazza di gelosia. È forse la mandante dell’aggressione subita da Manuel la sera del 26 febbraio 2011 in via Fosse Ardeatine a Carbonia, quando viene ricoverato in Traumatologia. Ha ucciso lei Manuel. Vediamo allora se è lei l’assassina, ricordando che c’è sul web una approfondita inchiesta di Fabio Lombardi -da cui abbiamo preso spunto- che trovate su Nera e dintorni e che può fornirvi molti altri elementi sul caso.

Risposta alle accuse. I carabinieri di Carbonia e di Gonnesa non sanno nulla di una Valentina Pitzalis tossicomane o prostituta: e figuriamoci se in posti tanto piccoli non l’avrebbero saputo. La verità è che è stata fidanzata prima con un piccolo spacciatore, e poi con un dipendente da droghe e psicofarmaci (Manuel, appunto), senza mai essere coinvolta nei loro reati. E’ più che verosimile che qualche volta abbia usato stupefacenti stando con loro, ma da qui a esserne dipendente ce ne corre: reati non ne ha fatti mezzo e comportamenti da tossica nemmeno li ha visti nessuno. L’indagine per l’aggressione a Manuel non ha avuto seguito, essendo morta la vittima: non esiste in ogni caso alcuna prova contro la Pitzalis, che non vi è mai stata coinvolta.

Il famoso diario. E’ del 2005, 6 anni prima la notte di Bacu Abis. Sono 52 fogli, scritti nei sei mesi di quell’anno in cui va a lavorare in Germania e lei e Manuel sono lontani. A un certo punto ci sono frasi come: “Vorrei morire. Perché non l’abbiamo fatto quel maledetto giorno?” (12 luglio), “Il Castello era perfetto, ed era la nostra eterna tomba. Siamo 2 codardi, non dovevamo tirarci indietro” (27 luglio), “Voglio morire, morire, morire. Perché cazzo non ci siamo ammazzati? Siamo 2 merde” (23 settembre). Le tre frasi si riferiscono al loro ultimo incontro prima della partenza, al Castello  (delle rovine vicino Gonnesa). Ricordiamoci sempre che quel giorno hanno 22 anni lui e 21 lei e si sentono contrastati nel loro amore da un destino avverso: c’era una sola alternativa, sposarsi o uccidersi. Sceglieranno la prima e nei primi cinque anni di matrimonio vivranno a casa dei genitori di lui senza tentare nessun suicidio, quindi che peso hanno quelle poche righe sconnesse di anni prima?

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Gelosa? Il diario dimostra proprio il contrario. Dimostra nero su bianco che lei mentiva per lui alla ragazza che Manuel voleva conquistare. Che quando lui scappa con una minorenne Valentina scrive: “non ti preoccupare, capisco che sono lontana e tu devi riempire la mancanza”. E aggiunge che la gelosia uccide i rapporti. Racconterà Valentina, nel suo libro, che durante il matrimonio Manuel invece toglieva la maniglia dalla finestra della casa al quarto piano e metteva dei sacchetti per terra per sentire se si alzava di notte.

Precedenti di Manuel. Nel 2002-2003, a 18 anni, stalkerizza una sua ex fidanzata, minorenne, colpevole di averlo lasciato. I primi segnali di quello che accadrà a Bacu Abis. Viene condannato nel 2009 a un anno di carcere, poi pena sospesa. Non è una ragazzata: diffonde volantini osceni, telefonate anonime di minaccia, sms di insulti, scritte sui muri. Piene di riferimenti che solo lui poteva sapere. In camera sua c’è l’occorrente per quei volantini. La ragazza è costretta a lasciare scuola e chiudersi in casa.

Cosa sostiene la madre di Manuel. Suo figlio dal 2009  si era pentito di aver sposato Valentina. L’aveva cacciata, lei tornava, lo perseguitava, gelosissima delle sue tante donne. Manuel era bravissimo, buono, un angelo e non usava droghe.

Cosa succede nel 2009. Il 20 marzo 2009, alle 02,45 di notte i Carabinieri fermano la Peugeot 206 di Manuel  perchè guida senza il pneumatico anteriore destro. Lui dà di matto, insulti e calci. Finisce ai domiciliari. Il perito psichiatra dice che soffre d’ansia, che il medico di base cura con  benzodiazepina; che ha tratti paranoidei e immaturi. Che siccome il farmaco è leggero, Manuel se ne è aumentato le dosi fino a diventarne dipendente e a sviluppare l’effetto paradosso (comportamenti opposti: diventa aggressivo). Conclusione: incapace di intendere e volere.

Chi era Manuel. Stalker per condanna, tossicodipendente (allo psichiatra, dopo il pestaggio del 2011, confessa anche una pregressa dipendenza da cocaina) e abusatore di psicofarmaci per sua stessa ammissione, portatore di tratti paranoidi e immaturi per perizia, con crisi di violenza per denuncia dei carabinieri. Di una gelosia ossessiva e patologica come testimoniato dai Pitzalis.

I Piredda sapevano. Roberta Mamusa e Giuseppe Piredda vanno a riprendersi il figlio in caserma dopo la faccenda della Peugeot. Chiedono consiglio agli psichiatri su cosa fare. Sanno ovviamente della condanna per stalking. Hanno in casa per anni un figlio che si autodefinisce tossicodipendente e che, non lavorando, ha bisogno di soldi per comprare psicofarmaci e non solo.

L’ultimo periodo. Se leggiamo gli sms che viaggiano tra i telefoni di Valentina e Manuel dal luglio 2010 al dicembre 2010, poco prima della fine dunque, sono a senso unico: lui cerca lei, finché lei non si impietosisce e va ad aiutarlo.

Quelle strane domande. Secondo Roberta Mamusa è strano che Valentina, interrogata nel letto d’ospedale, chieda ai carabinieri se sono sicuri che quello morto sia Manuel. Ma suona strano solo se pensiamo che è stata lei e vuole accertarsi che la sua vittima non possa parlare. Provate a pensare che la vittima sia lei e sarà chiaro che aveva paura che il suo aggressore tornasse. Poi Valentina dichiara di averlo visto nero e raggrinzito nell’andito e pure questo è strano. Se arriverà con le palpebre cucite dal fuoco, come può aver visto? Ma magari non si sono cucite dopo un secondo dal fuoco, no?

Cos’altro non torna? Non torna che Valentina dice che la benzina le è stata gettata in faccia da un annaffiatoio verde quando invece quella liquefatta è una bacinella rossa, non torna che non ha visto i guanti indossati da lui e forse ha sbagliato a  descrivere come era vestito, non ricorda di aver rotto la finestra della stanza in cui è bruciata… Benissimo, giusto. Ma forse dimentichiamo che testimonia un mese dopo (per ricordarsi o no di un paio di guanti è tanto per chiunque), che mentre sei nel fuoco e nel dolore non sei lì a guardare la finestra, che ha dichiarato che fino a un momento prima dell’aggressione Manuel le dava le spalle quindi, essendosi infilato i guanti all’ultimo, lei non li ha visti e la sua attenzione era concentrata sul liquido. Cercare di scovare le più piccole contraddizioni pur di ribaltare le cose: non funziona così.

Perchè non è stata Valentina. Perché sarebbe andata da Manuel dopo averlo annunciato -come fece- al suo datore di lavoro, così, giusto per farsi arrestare prima. Perché lui avrebbe dovuto farla entrare in casa con in mano un bel secchio pieno di benzina (magari accompagnata dalla sorella, cui Valentina chiede di accompagnarla e che poi non va…). Non dimentichiamo infatti che tutto è successo dentro: dentro le fiamme, dentro la bacinella, dentro i corpi.  Poi: se è stata lei, come mai i guanti li ha lui? Perché lo straccio imbevuto di benzina e il secchio liquefatto sono vicini a lui? Poi, se lei fosse stata investita dalla fiammata di ritorno, la bacinella rossa sarebbe esplosa, schizzando benzina su tutta Valentina, trasformandola in una torcia umana, quindi bruciandola su tutto il corpo e non “solo” su mani e faccia. A propostito, il movente? Valentina si stava rifacendo una vita, dunque? Quello disperato era lui.

Insomma, perché i Piredda odiano tanto Valentina? Probabilmente perché è strana. Tollera eventuali tradimenti, si fa i piercing,  veste dark, frequenta ragazzi che usano stupefacenti, diceva che le sarebbe piaciuto avere un’agenzia funebre, insomma è troppo “contro”. E sopratutto è sopravvissuta. Meglio inventare il mostro.

di Fabio Sanvitale


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