Abbiamo chiesto a Nicodemo Gentile di raccontarci il processo per la morte di Roberta Ragusa

I Giudici della Corte d’Assise d’Appello di Firenze hanno condannato Antonio Logli a venti anni  per l’omicidio di Roberta Ragusa, scomparsa da Gello di San Giuliano Terme il 13 gennaio 2012. Una sentenza che conferma il primo grado. Secondo i giudici, Logli avrebbe distrutto il corpo della moglie dopo essere stato scoperto a telefono con l’amante da Roberta. Un litigio, degenerato poi in delitto e infine nella distruzione del corpo. Noi ci siamo fatto raccontare il processo, punto per punto, dall’avvocato Nicodemo Gentile, legale rappresentante dell’Associazione Penelope Toscana e parte civile al processo.

– La Corte d’Assise d’Appello di Firenze ha condannato Antonio Logli a 20 anni: come avete accolto questa sentenza?

“Grande soddisfazione da un punto di vista professionale, sia per me che per l’Associazione Penelope che rappresento, perché c’è tanto lavoro dietro un processo indiziario e non era scontata la condanna. C’è stato tanto lavoro, tanta voglia di far parlare le carte, le prove, gli indizi perché questo era un processo complesso. C’è anche tanto dispiacere umano, c’è tanta amarezza perché vedere un figlio che assiste alla condanna del padre non è che sia una cosa bella. Non ha vinto nessuno, è la vittoria del dolore. Pur essendo una sentenza che deve essere ancora convalidata dalla Cassazione è una vittoria del dolore, Roberta non c’è”. 

– Secondo i giudici, Logli avrebbe distrutto il corpo della moglie: quali sono gli elementi che comproverebbero questa tesi?

“Il nostro ordinamento prevede, appunto, reati come l’occultamento del cadavere, la dispersione del cadavere proprio perché poi non se ne ritrovano i resti, attraverso l’esclusione di tutta una serie di piste alternative. Sicuramente non si può dire che è viva, quindi evidentemente è morta e l’unica che poteva averne interesse nel far sparire il corpo è sicuramente Logli perché ad oggi -secondo grado- fermo restando la Cassazione, lui ne è il materiale esecutore”.

– Il movente dell’omicidio sarebbe la relazione tra Logli e Sara. Quali sono gli elementi a favore di questa tesi?

“Sicuramente è un delitto d’impeto: c’era una situazione abbastanza incandescente in famiglia, c’era tensione. Lui era in una condizione emotiva particolare, Roberta idem perché aveva capito che lui aveva un’amante e voleva capire solo chi fosse… quindi quella sera probabilmente è successa la stessa cosa di qualche mese prima (maggio dello stesso anno), cioè che Roberta ha ascoltato questa telefonata che lui faceva dalla soffitta e probabilmente ha capito che quell’amante di cui sapeva l’esistenza era Sara”.

– Come mai le dichiarazioni di Loris Gozi si possono ritenere attendibili? Eppure ci sono stati elementi di contraddizione…

“C’è sicuramente qualche sbavatura in queste dichiarazioni che sono arrivate un po’ in ritardo, ma questo fa parte della logica delle testimonianze. Il dato oggettivo è quella prova empirica che Logli fa con un suo collaboratore di scuola guida, che dà estremamente forza alle dichiarazioni di Gozi, specialmente in quella parte in cui dice che mentre tornava a casa accompagnando la moglie ha visto Logli in macchina, fermo, a fari spenti. Quando Logli va a fare la prova empirica avendo saputo dai giornali di un testimone, descrive dei particolari che non erano usciti su nessun giornale e nessuna televisione. Soltanto chi era lì poteva conoscere questi particolari. Questo, secondo me, dà attendibilità a Gozi”.

– In aula c’era il figlio Daniele, come ha reagito alla lettura della sentenza?

“Era molto teso. Si può ben comprendere, lo eravamo tutti. E’ stato vicino al papà, però io non so che cosa si siano detti”.

– Come ha reagito Antonio Logli dopo la lettura della sentenza? Quale è stata la sua reazione?

“Molto composto in aula. Impassibile. Ascoltava, ogni tanto comunicava con i propri legali, però non ha avuto nessuna reazione esagerata”.

– Sara era presente in aula?

“No”.

– Altre volte è venuta?

“No, mai”.

– La famiglia Ragusa come ha reagito alla lettura della sentenza?

“I familiari erano molto tesi anche loro. Vogliono giustizia per un senso di vicinanza a Roberta, che non avendo familiari diretti né genitori, fratelli o sorelle, ha questa famiglia allargata che erano le cugine e che hanno dato dignità a Roberta. C’è rabbia perché sono 6 anni che manca questa donna. La giustizia ha confermato la bontà dell’impianto accusatorio e adesso andiamo avanti”.

di Angelo Barraco