Storia di Pamela Mastropietro: com’è potuto succedere?

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Com’è potuto succedere? Pamela sparisce alle 14.30 del 29 gennaio 2018, tirandosi dietro il suo trolley rosa e nero, senza soldi e documenti, che restano dentro la comunità “San Michele Arcangelo” di Corridonia, come succede con qualunque ospite di qualunque comunità che deve lasciarsi la sua vecchia vita alle spalle. Un quarto d’ora dopo cominciano a cercarla lungo il  mezzo chilometro e poco più di strada in aperta campagna (nella foto sotto), senza un posto per nascondersi, alle volte bordato di alberi, che porta alla Provinciale 3. Ma un quarto d’ora è già troppo, Pamela e il suo trolley sono spariti. Quando le telecamere di via Spalato, a Macerata, la inquadreranno alle 11 della mattina dopo, siamo già all’anticamera della fine. Innocent Oseghale è lì, ciondola vicino la farmacia Matteucci, dove Pamela compra l’ultima siringa, coi capelli raccolti e il pellicciotto beige; e lo incontra.

 

Per capire come tutto questo sia potuto accadere a una ragazza che aveva appena fatto 18 anni abbiamo parlato con Alessandra Verni, madre di Pamela. La lunga strada verso via Spalato era iniziata molto tempo prima. Forse già dalla separazione dei genitori, successa quando aveva 2 anni.

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Prima c’era stato l’alcool. In comitiva, le birre, come fanno tutti gli adolescenti. Poi una domenica mattina la polizia ci chiamò perché c’era mia figlia a piazza Esedra, avrà avuto 14-15 anni. Per come l’ho trovata quella mattina, sicuramente aveva preso qualcosa, non era solo birra. Ho iniziato a preoccuparmi. Ho chiesto aiuto alla Asl di via Monza. L’ho mandata tre volte  a settimana da uno psicologo e andava molto meglio. Nel 2016 ci siamo fatte la vacanza in Spagna, e andava tutto bene. Al ritorno però ha conosciuto questo ragazzo che l’ha iniziata a fumare eroina. Ha incontrato la persona sbagliata che l’ha ributtata giù, lei s’era ripresa. Aggressività, furti, sparizioni da casami ritornava magra magra magra e sporca. Fino a che non s’è sentita male. Era il 15 luglio 2017, per la droga. È stata due mesi in Psichiatria, al San Giovanni. Da lì è iniziato tutto l’iter”.

Pamela viene affidata ai Servizi Sociali fino ai 21 anni, dopo che la candelina sulla torta dei 18 anni l’ha spenta al San Giovanni. E’ tossicodipendente ed ha un disturbo mentale, che purtroppo ne accresce il bisogno di droga. Tecnicamente, è una paziente con “doppia diagnosi“. A Pamela viene assegnato un amministratore di sostegno, la nonna. A ottobre 2017 è nella comunità “Santa Regina” di Corridonia, fuori Macerata (specializzata proprio in pazienti come lei), un gruppo di bei casali ristrutturati sulle colline fuori Macerata, gestito dalla Pars, che ha anche altre strutture. Uscirne fuori è ancora possibile, oggi i mezzi ci sono; restare fragili e dipendenti, con un buco dentro che non si chiude mai, anche. Prosegue la lotta di Pamela contro i suoi demoni. Contro l’impossibilità di gestire le sue emozioni. Per placare l’angoscia che alle volte la rende aggressiva, che è poi un modo per tornare nello stato di quiete. Quando è in adrenalina forte sceglie situazioni al limite, come farsi o tagliarsi, per avere la sensazione di controllare l’ansia che prova. Allora sì che si sente in controllo, perché è lei che decide, che  agisce facendo qualcosa di eclatante, non gli altri su di lei. E facendolo il suo cervello produce precursori dell’endorfina, che subito dopo la distaccano da tutto e la fanno sentire bene. Pamela tutte queste cose non le sa, ma si sente sulle montagne russe. 

“Il suo ragazzo era più grande di lei ed era tossico da 4 anni. Lei  aveva smesso di andare a scuola, allo Psicopedagogico. Poi l’abbiamo  mandata in comunità: ed è successo quello che è successo”.

Cioè, la comunità ha peggiorato la situazione? 

“Sì. I tagli alle braccia sono cominciati in comunità , a casa non c’erano, ha cominciato dopo Natale. Aveva visto a Psichiatria gente che lo faceva. Doveva essere controllata di più. Al Sert hanno scelto di mandarla fuori dal Lazio, così non aveva amicizie, non conosceva nessuno: dicendoci che loro controllavano queste comunità. E invece non ci sono mai andati, a vedere come andava. E quindi mi chiedo che differenza c’era, se ha potuto scappare così facilmente, se facevano terapia psicologica solo una volta alla settimana, rispetto a casa”.

“Sai una cosa?  Non tutte le comunità sono uguali e non tutte sono San Patrignano” ci racconta Fabrizio R.,  un ragazzo che è stato per anni a “Sanpa”, ma che è stato anche ospite della Pars (nella foto in basso). “Anche lì, come alla Pars, non ci sono muri e cancelli, però lì ogni nuovo arrivato è affidato a uno che sta lì già da un anno e che se ne assume la responsabilità. E’ un metodo tosto, ma evita fughe e problemi. Ogni comunità ha le sue regole e i suoi metodi di cura insomma, “però vedi, un adulto (e Pamela era maggiorenne, N.d.A.) che entra firma un foglio dove accetta delle regole e lo fa volontariamente. Anche per questo non troverai mai mura e cancelli chiusi in quei posti: perchè chi entra è adulto ed è consapevole della sua scelta di essere lì. Poi certo, è anche un modo per le comunità per pararsi. Io, comunque, in tanti anni, un Sert venire a fare visite l’ho visto una volta sola“.

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Una comunità però -anche questo è vero- non può essere un carcere, sennò avrebbe filo spinato e secondini. Poi si può discutere del resto: “San Michele Arcangelo”, dicevamo, è la comunità della Pars per pazienti con doppia diagnosi. Pamela avrebbe insomma avuto bisogno di fare terapia più di una volta a settimana? Probabilmente sì. Avrebbero potuto imbottirla meno di quegli psicofarmaci che probabilmente ne hanno anche ridotto la lucidità, mentre fuggiva? Avrebbero potuto, è una questione di metodo: c’è anche chi ottiene buoni risultati trattando la “doppia diagnosi” con pochi farmaci, ma sarebbe dovuta rimanere in un’altra comunità, ad esempio vicino Roma: c’era però la necessità di allontanarla dalle sue amicizie, dai suoi giri. Avrebbe necessitato di maggiore sorveglianza? Ne avrebbe necessitato, ma sono proprio i concetti di comunità e volontarietà che non ne prevedono. E dunque, a modesto avviso del vostro cronista, ciò che è successo è stato in parte inevitabile, in parte è stata anche una questione di metodo terapeutico. E’ insomma un discorso articolato, che ha dentro tanti aspetti contrastanti.

E dunque sì, può succedere ancora che in certe comunità qualcuno si faccia portare la droga da fuori e può  succedere ancora che qualcuno se ne vada sulle sue gambe. E dunque sì, potrebbe esserci un’altra Pamela.

di Fabio Sanvitale


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