Vermicino: la triste storia di Alfredino Rampi minuto per minuto

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alfredo rampi

di Valentina Magrin direzione@calasandra.it

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Quella di Vermicino è una storia che ha commosso il mondo intero. È la storia di un bambino cardiopatico finito in fondo a un pozzo. Una storia che ha visto per la prima volta la televisione protagonista, con le sue telecamere puntate sul pozzo e una diretta minuto-per-minuto.

10 giugno 1981

ore 19.30: Nando Rampi, un impiegato dell’Acea, passeggia con gli amici e con il figlioletto Alfredo, di soli 6 anni, nelle campagne di Vermicino, a pochi chilometri da Frascati. Ad un certo punto Nando si accorge che il piccolo Alfredo si è allontanato dal gruppo. “Si sarà avviato da solo verso casa”, pensa.
ore 20.30: Al rientro a casa, i genitori si rendono conto che Alfredino non c’è. Con l’aiuto di qualche volontario, iniziano subito le ricerche. Qualcuno si ricorda che lì vicino c’è un pozzo. Corrono a

alfredo rampi

vedere ma per fortuna l’imboccatura è coperta da una lamiera.
ore 21.30: Le prime ricerche di Alfredo non sono andate a buon fine. Viene avvisata la polizia che immediatamente organizza una battuta.
ore 24.00: Un sottufficiale della polizia sente parlare del pozzo. Pur sapendo che è coperto decide di fare un nuovo controllo. Sposta la lamiera e sente i lamenti di Alfredo. Cominciano i primi tentativi di salvataggio, con sistemi rudimentali. Prima si prova a lanciare una corda, poi una tavoletta di legno, nella speranza che il bimbo l’afferri per risalire in superficie. La tavoletta però si incastra nello stretto pozzo e sarà un ostacolo gravissimo per i soccorritori che devono inviare acqua e cibo al bambino.

vermicino11 giugno 1981

ore 5.00: Uno speleologo, Tullio Bernabei, si cala nel pozzo a testa in giù. Giunge a venti metri di profondità, poi non ce la fa più ed è costretto a risalire.
ore 8.30: Giunge sul posto una trivella: servirà a scavare un secondo pozzo, parallelo a quello dove è caduto il bambino, per poi raggiungerlo con una galleria che intersechi il budello dove il bambino è prigioniero. Sullo spiazzo intorno al pozzo, nel frattempo, sono arrivate migliaia di persone: soccorritori, volontari, curiosi e operatori della tv di tutto il mondo. I tecnici dei vigili del fuoco sostengono che Afredino potrebbe essere liberato intorno alle 18
ore 14.30: La trivella incontra un grave ostacolo: uno spesso strato di roccia, impossibile da perforare. Si cerca quindi una macchina più sofisticata, che fortunatamente una società privata mette a disposizione.
ore 15.30: Si inizia a scavare con la nuova trivella. Alfredino, nel frattempo, è in costante contatto con parenti, medici e soccorritori grazie a una radiosonda. Il piccolo si lamenta e chiede acqua e cibo.
ore 17.30: Una volta raggiunto lo strato roccioso, anche la seconda trivella si blocca. I medici cercano di fare arrivare al bambino un po’ di liquidi e vitamine tramite un sottile cavo collegato con un flacone da fleboclisi. Alfredo è un bambino forte, ma sono già passate 22 ore da quando è precipitato nel pozzo e rischia di indebolirsi troppo.
ore 18.30: Tullio Bernabei, lo speleologo che aveva tentato invano di calarsi nel pozzo, fa una proposta: scendere di nuovo e tentare, con qualche strumento, di infrangere la tavoletta, per poter così afferrare il bambino con una fune. La proposta viene però scartata per il timore di provocare lesioni irreparabili o frane che rischierebbero di far morire soffocato il piccolo Alfredo.
vermicinoore 20.00: Viene calato nel pozzo un tubo, tramite il quale si spera di alimentare Alfredo. La trivella viene fermata. Nel silenzio, i medici e i parenti parlano a lungo con il bambino dandogli istruzioni e confortandolo. Alfredino piange e si lamenta. Poi i lavori ricominciano.

ore 21.00: Lo strato di roccia resiste oltre ogni aspettativa. Si riparte con una nuova trivella, ma anche questa volta i progressi sono pochi e vanno a rilento.

ore 23.00: Un manovale della zona, che verrà battezzato “uomo ragno”, tenta di calarsi nel pozzo per sbloccare la tavoletta. L’uomo ha una corporatura molto esile e riesce a scendere più in basso di quanto aveva fatto Bernabei, ma alla fine anche lui deve desistere.
ore 24.00: Per agevolare il lavoro della trivella, la massa rocciosa viene perforata in più punti. Il bambino intanto da’ i primi segni di stanchezza, di indebolimento. Risponde meno a tono alle domande, si lamenta e sembra vicino al crollo.

vermicino12 giugno 1981

ore 3.00: La roccia continua a resistere. I medici sono sempre più preoccupati: Alfredo è stato bravissimo ed ha avuto una capacità di reazione incredibile, ma ora rischia un cedimento psicologico. Ma Alfredino, sorprendendo ancora una volta tutti, riprende a parlare: chiede del latte, che gli viene immediatamente dato tramite la sonda.
ore 6.00: Alfredino continua a resistere e ha anche un interlocutore privilegiato: un vigile del fuoco che sembra ispirargli particolare fiducia. Il bambino è ormai alla sua trentatreesima ora dentro il pozzo.
ore 9.00: Finalmente tra trivella riesce a rompere la roccia. Ora resta da superare uno spesso strato di argilla.
ore 10.30: ripiomba lo sconforto: la trivella slitta su un nuovo strato di roccia. I medici scuotono la testa. Il respiro di Alfredino aumenta minacciosamente di intensità. Sembra il limiti della resistenza.
ore 12.00: bisogna cambiare strategia: l’unico modo per arrivare tempestivamente al bambino è aggirare la roccia, lavorando a mano con i martelli pneumatici. Viene calato nel pozzo un ufficiale dei vigili del fuoco che si mette subito al lavoro.
ore 12.30: Il tenente dei Vigili del Fuoco è a circa un metro dal bambino. I medici sono preoccupati, ma Alfredino ancora una volta parla e dice: “Mamma”.
ore 13.30: Il vigile del fuoco torna in superficie. Il suo posto viene preso da due colleghi che scavano ancora con i martelli pneumatici. Alfredo li sente vicini e riprende coraggio. Torna a parlare con i soccorritori.
ore 14.00: Il bambino chiede acqua. Gli rispondono che gliel’hanno già data e lui dice: “L’ho bevuta tutta”. Queste parole sono il segno che Alfedino c’è, è cosciente e si può ancora salvare.
ore 14.30: I soccorritori sono sempre più vicini. Nel cunicolo che stanno terminando di scavare viene immessa aria.
ore 15.30: Viene chiesto ad Alfredino di urlare il nome “Mario”, per permettere ai vigili del fuoco che lo stanno raggiungendo di orientarsi. Alfredo obbedisce e i martelli pneumatici ricominciano a lavorare.
vermicinoore 16.30: giunge sul posto il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che subito va all’imboccatura del pozzo e, con il microfono, scambia qualche parola con Alfredo.
ore 18.00: I due vigili sommozzatori ormai scavano con le sole mani. Fanno cadere l’ultimo diaframma che separa la galleria dei soccorritori dal pozzo dove Alfredo è prigioniero da 47 ore.
ore 20.00: I soccorritori, che hanno aperto una “finestra” di circa 20 centimetri nel pozzo artesiano, ancora non sono riusciti a vedere Alfredo. Viene calata una lampada a 36 metri di profondità ma non raggiunge il bambino, il quale dice di vedere una luce sopra di sé. Si fa strada l’ipotesi che il piccolo non sia a 36 metri di profondità come creduto finora, ma qualche metro più in basso.
ore 20.45: Il timore diventa certezza: Alfredo è scivolato ancora più in profondità, fino a circa 60 metri. Mentre si cerca di calare un “ancorotto”, si decide di far scendere nel pozzo un altro esperto speleologo, Claudio Aprile, che cercherà di raggiungere il bambino attraverso la “finestra” creata dagli altri soccorritori.
ore 23.35: Il tentativo di Claudio Aprile fallisce. L’uomo, benché minuto, non è riuscito a passare attraverso la “finestra”.
ore 24.00: Un altro volontario, Angelo, ripete il tentativo

vermicino13 giugno 1981

ore 00.15: Il volontario raggiunge il bambino, ma il piccolo è coperto di fango e Angelo non riesce ad afferrarlo saldamente. Per sette volte lo prende, facendolo salire di una decina di metri, e per sette volte gli sfugge la presa.
ore 00.50: Angelo, stremato, chiede di essere tirato su. Alfredo è ancora lì, a 60 metri di profondità. È stremato e immerso nel fango, come spiega il soccorritore, ma ancora vivo.
ore 01.00: Claudio, un giovane trapeziere,  si offre volontario e scende nel condotto di collegamento. E’ il primo di una serie di tentativi tutti sfortunati.
ore 01.00-03.00: Decine di volontari, sprovvisti di qualunque esperienza ma con le caratteristiche fisiche necessarie, sono stati controllati dai medici e quattro di loro si sono calati nella galleria di raccordo fermandosi però alla “finestra” o subito dopo.
ore 03.00: I tentativi per recuperare Alfredo si fermano. I soccorritori si interrogano sull’eventualità di far scendere nel pozzo gli ultimi due volontari offertisi, due adolescenti di 15 e 16 anni, o di fare un tentativo “meccanico” cercando di agganciare Alfredo con un “ancorotto” guidato dalla superficie con un cavo, con l’ausilio di una telecamera fatta scendere fino ai 60 metri, dove è prigioniero il bambino. Da un po’ i contatti con Alfredino si sono interrotti. Il piccolo non parla più, non piange più. Non si riesce nemmeno a sentirne il respiro.
ore 04.20: Si decide di fare il tentativo “meccanico”, ma la discesa della telecamera è difficoltosa e il tentativo viene interrotto.
ore 05.00: Donato Caruso, uno speleologo di 25 anni, si cala nella galleria di collegamento. Il volontario raggiunge Alfredo ma non riesce ad agganciarlo saldamente.
ore 5.45: Lo speleologo risale fino al condotto di collegamento per riposarsi, deciso a ritentare la discesa.
ore 6.00: Donato Caruso si fa calare nuovamente alla profondità di 60 metri. Fa scattare al polso di Alfredo una manetta che è collegata ad una fune. Ma la manina di Alfredo è ricoperta di argilla viscida: la manetta sguscia fuori. Anche questo tentativo è fallito.
vermicinoore 6.55: Donato Caruso risale in superficie. Il primario di rianimazione dell’ospedale San Giovanni, presente sul posto, a proposito di Alfredo dichiara: “Non può essere ancora vivo, non dà segni di vita”,
ore 7.00: Sono 60 ore che il piccolo Alfredo è nel pozzo. È rannicchiato, in posizione obliqua,completamente sporco di fango e ormai da parecchio tempo inerte.
ore 10.38: Alfredo si trova ad oltre 63 metri di profondità.
ore 11.00: Un vigile del fuoco è sceso nel pozzo artesiano per cercare di rimuovere la tavoletta che ostruisce il passaggio, ma non ce la fa
ore 12.00: Michele Beretta, uno speleologo vicentino, fa un altro tentativo, ma invano
ore 13.10-14.40:Falliscono anche altri due speleologi. Si decidere di smettere di fare tentativi, che non offrono la minima possibilità di successo, e si valuta la possibilità di tornare al piano originario, ossia scavare un tunnel parallelo al pozzo.
ore 16.40: Sembra proprio che non ci sia più alcuna speranza per Alfredo. Viene calata una telecamera che arriva fino a venti centimetri dal corpo del bambino: si vede chiaramente il viso di Alfredo sporco di sangue reclinato su una spalla, un braccio sul petto e l’altro ripiegato dietro la schiena.
ore 19.00: La perforatrice è pronta per ricominciare i lavori di scavo del tunnel parallelo ma il papà di Alfredo, Nando, ha implorato di non procedere: se c’è ancora una speranza che suo figlio sia vivo, trivellando si rischierebbe di farlo precipitare ancora di più, fino al fondo del pozzo, dove c’è l’acqua.
ore 19.42: Per stabilire se Alfredo sia ancora vivo viene introdotto nel pozzo un potente stetoscopio, che dovrà controllare se è ancora presente attività cardiaca. La risposta, come ormai tutti si aspettano, è negativa.

alfredo rampiIl cadavere del piccolo Alfredo Rampi verrà recuperato un mese più tardi, alle 14.25 dell’11 luglio 1981, dopo un mese di incessanti lavori. Le cause della morte, secondo i periti, sono state un collasso cardiaco e un principio di asfissia.

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