Mostro di Firenze: una lettera d’orrore, capitolo 11

Condividi!

 

mostro di firenze

di Alessandro Feri, Paolo Cochi, Master Evo

Martedi 10 settembre 1985 c’era dolore ed amarezza in tutta Italia, ma soprattutto in Toscana e a Firenze. Il giorno prima erano stati scoperti i cadaveri della coppia francese, l’ottavo omicidio del cosiddetto “mostro di Firenze”. I fiorentini erano profondamente scossi e gli inquirenti erano assai amareggiati perché questo assassino implacabile sembrava sempre più un incubo. Proprio quel triste martedi arrivò alla procura fiorentina il primo ed unico messaggio sicuramente autentico del mostro: una lettera indirizzata all’ex sostituto-procuratore Silvia Della Monica, che ormai non si occupava più del caso.

La lettera conteneva un lembo di pelle, incellophanato e chiuso dentro un foglio di carta piegato e dai margini incollati. Il mostro, forse volutamente per non lasciare tracce, non aveva usato la saliva. Sulla lettera c’era scritto “Dott. Della Monica Silvia Procura Della Republica Firenze”. La scritta era composta con lettere ritagliate dalla rivista Gente. Apparve subito evidente che il lembo di pelle appartenesse a Nadine Mauriot (vittima femminile del delitto degli Scopeti); ma l’ipotesi divenne certezza in seguito, quando gli esperti dell’istituto di medicina legale stabilirono che il lembo era un pezzetto di seno della donna francese.

La lettera era stata imbucata a San Piero a Sieve (paese di circa 3mila abitanti dell’area mugellana) davanti ad un negozio di Caccia&Pesca. Nell’area di San Piero a Sieve la posta veniva raccolta tutti i giorni (eccetto la domenica) in un orario variabile fra le 10 e le 12. La macabra lettera del mostro venne raccolta dal portalettere di San Piero a Sieve il lunedi 9 settembre.

Essendo la data del delitto degli Scopeti assai incerta, la lettera poteva teoricamente essere stata imbucata dal mostro in un ampio margine di tempo: da dopo le ore 10-12 di sabato 7 settembre (precedente raccolta della posta) fino alle 10-12 di lunedi 9 settembre. Un margine temporale molto consistente, che rende possibile una vasta gamma di ipotesi sugli spostamenti del mostro. Il mostro potrebbe aver spedito la lettera subito dopo l’omicidio, percorrendo i 50 km del percorso che separono Scopeti da San Piero a Sieve. Niente però ci può far escludere che il mostro abbia agito con più calma, prendendosi varie ore di riposo (forse qualche decina) prima di imbucare la lettera. Del resto non possiamo affermare con certezza che l’idea della lettera fosse già in programma prima dell’omicidio, al mostro potrebbe essere venuta in mente anche solo dopo aver commesso il delitto. In una valanga di ipotesi destinate a rimanere come tali, possiamo però provare a lavorare sugli elementi concreti.

In primis, nello scritto della lettera (“Dott. Della Monica Silvia Procura Della Republica Firenze”) appare evidente l’errore ortografico della B mancante della parola Repubblica. Il mostro era distratto e di fretta? Oppure costui era decisamente ignorante? E se la B mancante fosse stata “tralasciata” intenzionalmente per un qualsiasi motivo? Ciò che è certo è che tutta la frase è “formalmente discutibile”. Generalmente un nome di donna laureata viene abbreviato con Dott.ssa e non Dott., e, sempre facendo i puntigliosi, è preferibile scrivere il nome prima del cognome piuttosto che viceversa. Detto questo, l’unico errore “da terza elementare” è la B di Repubblica. Marciando di fantasia, la B mancante potrebbe essere un’altra piccola beffa del mostro. Pochi anni prima i giornali avevano parlato dell’anonimo della B di babbo; il cronista Spezi, nel suo libro “il mostro di firenze” del 1983, indicava come indiziato un certo dottor B.

Tornando con i piedi per terra, è estremamente significativo il fatto che il mostro si rivolga a Silvia Della Monica nella sua lettera. E’ lei la destinataria perché è stata l’unica donna inquirente occupatasi del caso e il mostro “odia” le donne? Probabile, ma forse c’è anche dell’altro, qualcosa di più specifico. La Della Monica fu anche colei che escogitò la trappola per “destabilizzare” il mostro dopo il delitto di Baccaiano: infatti in quel caso la magistrata, d’accordo con la stampa, fece uscire la falsa notizia che il Mainardi aveva rivelato qualcosa di utile sul mostro prima di morire. Lo scopo, quello di far uscire allo scoperto il mostro, non fu raggiunto; ma, forse, in quel caso l’assassino si prese un notevole spavento del quale si sarebbe “vendicato” procurando alla Della Monica uno spavento ancora più grosso… L’intestazione della lettera alla Della Monica sarebbe dunque una specie di smacco, una vendetta/scherzo ricalcante i danteschi canoni della “legge del contrappasso”.

C’è però qualcosa di ancora più sorprendente ed inquietante da scrivere: la stessa Della Monica ha dichiarato di avere avuto la residenza estiva proprio nei dintorni di San Piero a Sieve nel 1985. E’ un caso? Se non lo è, come poteva il mostro essere a conoscenza di questa informazione? Il mostro voleva forse comunicare di essere “pericolosamente” vicino agli inquirenti?

Interrogativi inquietanti, e la scelta specifica del luogo dov’era stata imbucata la lettera ne pone anche altri. E’ casuale la presenza  del negozio di Caccia&Pesca (che pare all’epoca avesse persino l’insegna raffigurante una Beretta) su quella strada? Si trattava dunque di una via frequentata dal serial killer delle coppiette? Geograficamente San Piero a Sieve è molto vicino all’autostrada A1, come molti dei luoghi dove il mostro ha ucciso: altro elemento che potrebbe rendere “strategico” il luogo.

I quesiti rimangono senza risposta e il mostro, dopo l’invio della lettera, appese finalmente la pistola al chiodo. Proprio quando il serial killer sembrava entrato in uno step successivo di follia, con la sfida aperta verso gli inquirenti, tutto finì: i delitti e i messaggi autentici al 100%. Infatti, poco dopo l’invio della lettera, ci sono stati altri possibili segnali del mostro che però non possono essere definiti autentici.

mostro di firenzeUno di questi è il proiettile trovato davanti ad un garage nel parcheggio dell’ospedale di Ponte a Niccheri (comune di Bagno a Ripoli). E’ un proiettile Winchester come quelli del mostro, ma non è sparato e dunque non è comparabile con quelli dei delitti. Il dipendente dell’ospedale che lo trovò dichiarò alla stampa di averlo trovato sul marciapiede martedi 10 settembre (anche se buona parte della stampa posticipò la data di questo ritrovamento di un po’ di giorni). Quel proiettile poteva essere stato lasciato lì da chiunque, ma c’era la remota possibilità che fosse stato perduto o messo appositamente proprio dal mostro. Si perquisì allora l’ospedale di Ponte a Niccheri, ma non si ottennero risultati. Del resto la speranza che il mostro lavorasse in quell’ospedale e si tenesse la pistola in un armadietto da lavoro era assai flebile. Questo indizio fu dunque perlopiù “cavalcato” dalla stampa che dagli inquirenti, per l’ipotesi (mai totalmente scemata) del mostro “in camice bianco”. Allora poi si ipotizzava, fra le tante idee, che il mostro si muovesse in autostrada, e in effetti l’ospedale era molto vicino all’A1. Anche il successivo messaggio “non autentificabile” del mostro si può riallacciare all’episodio di Ponte a Niccheri.

Infatti, il 2 ottobre, la procura fiorentina ricevette tre lettere (né affrancate, né timbrate) ma con l’indirizzo dattilografato. Le tre buste avevano come destinatari i tre Pm che si occupavano del caso (Vigna, Fleury e Canessa) e contenevano una cartuccia calibro 22 ciascuna. Non solo: in una lettera c’era anche una fotocopia di un articolo di giornale de “La Nazione”, titolato “Altro errore del mostro”, sul retro del quale l’autore delle lettere aveva scritto a macchina “vi basta uno a testa?”. L’articolo di giornale del 29/09/1985 mostrava tre fotografie degli inquirenti destinatari delle lettere ed aveva un titolo forse un po’ troppo ottimistico. In sintesi l’autore, Mario Spezi, sosteneva che il mostro avrebbe potuto commettere uno sbaglio se, come suggeriva l’indizio di Ponte a Niccheri, l’assassino avesse preso l’autostrada e gli fosse stata annotata la targa.

La cartuccia, avvolta in un’estremità tagliata di un guanto in lattice, non è però una “firma” del mostro, essendo le Winchester con l’H sul fondello assai comuni e facilmente reperibili. Analogamente a Ponte a Niccheri, il messaggio sarebbe stato sicuramente autentico se il mostro vi avesse allegato un bossolo sparato, dunque comparabile con quelli usati negli omicidi. Che si trattasse di un mitomane/burlone di cattivo gusto o meno, occorre riconoscere che il messaggio “vi basta uno a testa?” era ben congeniato e poteva ricalcare perfettamente la psicologia dell’assassino seriale “in cerca di sfide” che aveva inviato il lembo di seno poche settimane prima. Il messaggio col giornale fu dunque preso sul serio; l’alto livello d’attenzione è dimostrato dal fatto che l’episodio delle tre lettere fu riportato dalla stampa solo diversi mesi dopo, dunque esse rimasero per mesi “top secret”. Lettere sulle quali il mittente aveva usato la saliva, da cui fu possibile appurare che il mittente “possibile mostro” aveva un gruppo sanguigno di tipo A. Recentemente, sempre sulla saliva, dovrebbe essere stato fatto un tentativo per ricavare il Dna del mittente; non è noto però né se il tentativo sia tecnicamente riuscito né, in caso, con quali risultati. Essendo le tre lettere di dubbia autenticità, anche se ne ricavassimo un profilo genetico, il risultato potrebbe essere poco significativo.

Il 21 ottobre 1985 il quotidiano “La Stampa” pubblicò un articolo dal titolo interrogativo assai pertinente: “Il mostro di diverte a disseminare indizi?” Attorno al 10 ottobre venne infatti ritrovato, vicino alla cassetta postale di San Piero a Sieve dove il mostro inviò a lettera con il lembo di seno, un proiettile inesploso, ovviamente Winchester. Come per i precedenti messaggi “non autentificabili” vale lo stesso ragionamento che riscriviamo a mò di proverbio: proiettile non sparato, non può essere verificato.

Negli anni seguenti il 1985 i quotidiani riportarono altri episodi di possibili “segnali” mandati dal mostro alla stampa o agli inquirenti, ma erano tutti messaggi anonimi probabilmente frutto dei tanti mitomani che orbitano attorno ai casi di cronaca nera. Riassumendo, solo la “lettera d’orrore” inviata dopo il delitto degli Scopeti è sicuramente attribuibile al mostro, la quale è stata, forse, il macabro biglietto d’addio del mostro di Firenze.

Leggi anche:

MOSTRO DI FIRENZE: LE ZONE D’OMBRA, CAPITOLO 1

MOSTRO DI FIRENZE: LA SCENA PRIMARIA, CAPITOLO 2

MOSTRO DI FIRENZE: IL DELITTO DI BORGO, CAPITOLO 3

MOSTRO DI FIRENZE: LA NOTTE DEGLI INDIANI, CAPITOLO 4

MOSTRO DI FIRENZE: L’ESCALATION DELL’ORRORE, CAPITOLO 5

MOSTRO DI FIRENZE: LA PISTA SARDA, CAPITOLO 6

MOSTRO DI FIRENZE: UN INCUBO AMARO, CAPITOLO 7

MOSTRO DI FIRENZE: IL MOSTRO A MILLE TESTE, CAPITOLO 8

MOSTRO DI FIRENZE: ATROCE DESTINO, CAPITOLO 9

MOSTRO DI FIRENZE: LA SFIDA DEL MOSTRO, CAPITOLO 10

MOSTRO DI FIRENZE: INTERVISTA AL GIUDICE ISTRUTTORE VINCENZO TRICOMI

MOSTRO DI FIRENZE: INTERVISTA A ENRICO MANIERI, CONSULENTE TECNICO DEL PROCESSO PACCIANI

 

 


Condividi!