Cannibali: chi sono, cosa fanno, come pensano. Intervista a Chiara Camerani

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cannibaledi Fabio Sanvitale


I cannibali sono tra noi? Qualche notizia recente sembra dimostrare proprio questo, ma l’argomento si presta a troppa confusione per non cercare di capire come stiano davvero le cose. Lo facciamo con Chiara Camerani, esperta in criminologia e sessuologia, direttrice del Cepic (Centro Europeo di Psicologia Investigazione e Criminologia) che ha pubblicato per Castelvecchi “Cannibali”, un volume che rappresenta il principale studio italiano sull’argomento.

Un po’ di storie, ultimamente, hanno riportato l’allarme sul fenomeno che, specifichiamolo subito, è fortunatamente assai marginale dal punto di vista statistico (e ci mancherebbe…mangiarsi una carbonara è assai meglio). S’è parlato di Rudy Eugene, il trentunenne haitiano ucciso dalla polizia di Miami  mentre, nudo e ringhiando, mordeva la faccia di un barbone, che è rimasto deturpato.

Beh, il comportamento di Eugene è abbastanza evidente: girava nudo in pieno giorno, ringhiava, ha assalito una persona a caso, senza un apparente motivo. E’ presumibile che fosse affetto da un delirio, forse convinto di essere un lupo mannaro o una bestia. Vediamo, infatti, che non si è preoccupato di  essere scoperto o visto, ha aggredito in pubblico, in pieno giorno; non si è fermato nemmeno di fronte alla minaccia della pistola della polizia. E’ un comportamento totalmente disorganizzato, riconducibile ad una grave patologia mentale.


Si è parlato anche di Alexander Kinyua, un ventunenne del Maryland che avrebbe mangiato il cuore e parte del cervello di un trentasettenne che viveva da mesi nella sua casa. Di un cinese, pregiudicato di 56 anni, che avrebbe rapito, ucciso e divorato una ventina di adolescenti. Di Luka Rocco Magnotta, il 29enne attore porno canadese che avrebbe ucciso, fatto a pezzi, e forse mangiato, parti di uno studente cinese, riprendendo l’omicidio e mettendo online il filmato. Una storia, questa, dove possiamo togliere il condizionale: Magnotta non ha mangiato nessuno, semmai si è vantato di averlo fatto.

Il caso Magnotta è interessante –dice la Camerani- perché qui il cannibalismo non è una necessità dovuta alla rabbia, al desiderio di annientare l’altro, alla voglia di farlo proprio per sempre, ad una forma distorta per ricreare una vicinanza perduta. La scelta di mangiare, o meglio, di inscenare l’atto cannibalico è la strategia attuata da uno psicopatico, probabilmente, o da una persona affetta da narcisismo maligno, per attirare su di sé l’attenzione, per alimentare il proprio ego: che per Magnotta sembra  esistere solo in funzione dell’apparire, dell’essere in video. Potremmo forse parlare di una patologia tecno mediata; prima di questo crimine infatti,  Magnotta tentò la strada del successo in ogni modo: facendo provini, intraprendendo la strada del porno amatoriale e, infine, ricorrendo al binomio che da sempre affascina il pubblico: sesso e violenza.

Iniziò con filmati in cui abusava e maltrattava animali domestici, attirando la giusta ira di molti, che hanno avuto la sfortuna di visionare quelle atrocità. Con lo sdegno inizia il suo successo. La gente lo cerca sulla sua pagina Facebook lo insulta, minaccia denunce. Ma a Luka non importa, importa solo che tutti i riflettori siano puntati su di lui, che la gente si chieda chi è, cosa lo spinge a fare certe cose, che ascolti le sue parole.


Se Magnotta non ha a che vedere col cannibalismo e l’enfasi data alla sua storia è esagerata, in Europa ci ricordiamo ancora di Armin Meiwes, il cannibale di Rothenburg, come caso più recente ed eclatante, proprio per i suoi contorni: l’uomo aveva messo un annuncio online per incontrare, dichiaratamente, chi avrebbe accettato di farsi mangiare.

Sì, in questo caso, vedete, a differenza di Magnotta, internet non era l’obiettivo di Meiwes, ma il mezzo. La richiesta di Meiwes era interessante, lui cercava qualcuno disposto a donarsi a lui, come fosse una antica divinità crudele. Lui non cercava vittime, non obbligava nessuno, non minacciava. Tanto che alcune delle persone che risposero all’annuncio, dopo averlo incontrato e aver provato un primo approccio (lui aveva disegnato sul corpo dei “candidati” i tagli che avrebbe fatto) hanno rifiutato di continuare e sono stati lasciati liberi di andarsene.


D’accordo. Ma quali sono le motivazioni che spingono a mangiare carne umana?

Le motivazioni per un gesto simile possono essere tante –dice la Camerani- ad esempio per un desiderio puramente sadico, aggressivo, di annientamento. In tal caso la distruzione, anche fisica, dell’altro, offre all’aggressore il completo possesso della vittima odiata fino alla sua distruzione.

Atti cannibalici possono concretizzarsi anche in una strategia “di guerra psicologica” : certi dittatori africani  ne fecero una strategia politica, attingendo al cannibalismo primitivo  per scoraggiare ogni resistenza dei nemici o degli oppositori…una tattica politica per spaventare, terrorizzare.

Poi c’è il cannibalismo fusionale-sessuale, che è un modo distorto per ottenere intimità e vicinanza con la persona desiderata.

Esiste, poi, un cannibalismo epicureo: ti mangio perchè mi piace il sapore, mi piace darti la caccia, ti considero un oggetto, non riconosco la tua umanità, non vali nulla e quindi posso mangiarti.

Ed uno energetico-spirituale:  che attinge alle nostre credenze antiche e al nostro passato tribale e non ha per forza una valenza negativa, basti pensare al culto degli antenati, all’uso di mangiare l’avversario per assorbirne la forza o le qualità, ma anche al suo impiego come mezzo per entrare in contatto o ingraziarsi  una divinità.

 

dahmerCerto che del cannibalismo “sessuale fusionale”colpisce l’enorme insicurezza che spesso ha dentro chi vuole incorporare un altro essere umano. Qui siamo ben oltre le frasi simboliche che tutti abbiamo detto, dal “ti mangerei” a “voglio tenerti dentro di me”…

Sì, alcuni criminali, al di là della atrocità dei gesti compiuti, mostrano delle profonde fragilità. Ovviamente ciò non costituisce giustificazione alcuna, ma il mio lavoro è quello di cercare di comprendere, nella speranza di poter prevenire, intervenire, individuare o trattare, soggetti di questo tipo. Pensiamo a Jeffrey Dahmer. Il padre, pur essendo presente, era un anaffettivo ,non costituiva un elemento di sicurezza; la madre era disturbata mentalmente e oscillava costantemente nell’umore e nelle sue attenzioni verso il figlio, alternando momenti di morbosità al rifiuto di prestare le necessarie cure per l’adeguata crescita del piccolo. Questa ricerca della vicinanza del corpo materno si rifletterà nei comportamenti che Dahmer attuerà durante i crimini. Inizialmente, infatti, stordiva con droghe i suoi occasionali partner per abusarne sessualmente e amava  adagiarsi sul loro corpo per ascoltarne i rumori, i battiti del cuore, raccogliere il loro calore. Li voleva svenuti, inoffensivi, perché era il solo modo per fare sesso con loro senza sentirsi indeguato, minacciato, spaventato dalla loro imprevedibilità.


Eppure ha trapanato il cranio di alcune vittime per iniettare un liquido che, secondo lui, avrebbe dovuto renderli, appunto, degli zombie… lo definirebbe un sadico?

Analizzando come agiva sulle vittime, la ricerca dell’incoscienza, il tentativo appunto di praticare la lobotomia su alcune di esse, non lo definirei un sadico. Il sadico vuole il dolore, la sofferenza della vittima a conferma del suo potere e della sua onnipotenza. Dahmer non cercava il dolore, agiva quando la vittima era morta o, nel caso delle lobotomie, la sua era una violenza strumentale orientata verso un obiettivo…avere con sé qualcuno che non lo abbandonasse mai. Ma la sua profonda inadeguatezza e la sua esperienza di figlio di genitori divorziati, lo spingeva a pensare che ciò non sarebbe mai accaduto, che nessuno avrebbe potuto amarlo o accettarlo. Così la decisione di creare zombie, individui senza volontà e emozioni, persone vuote come lui, rispetto alle  quali non si sarebbe sentito diverso o minacciato… avrebbe avuto finalmente il controllo. Mangiare le vittime costituisce allora per lui l’ultimo tentativo di tenerle con sé. Sappiamo, infatti, che alla stregua dei cannibali primitivi, Dahmer crea poi una sorta di santuario, di altare, con le ossa e i teschi di alcune vittime, per la necessità di averle intorno a sé, così da mantenere un legame con i loro spiriti…


E Meiwes, invece?

Lui ha vissuto una situazione fusionale con la madre, che era presente in ogni aspetto della sua vita. L’andava a trovare anche quando era sotto le armi! Lei era l’unica donna che conosceva. E quando è morta, il figlio ha iniziato a uccidere…

 

Qualcosa di simile succede anche nel caso di Ed Gein, detto “il macellaio di Plainfield”.

Esatto. In entrambi i casi abbiamo un riferimento maschile assente, un bambino fragile, una madre morbosa e opprimente. Non si sa, a dire il vero, se Gein abbia commesso atti di cannibalismo ma, oltre che uccidere, esumava dal cimitero donne di una certa età e corpulente come la madre. Sembra che si sia costruito un abito con la pelle strappata da questi corpi… Una pelle da indossare, quasi per identificarsi, fondersi nuovamente con la madre morta.


E infatti, vi ricorda nulla? E’ Psycho, di Alfred Hitchcock.

Questo aspetto richiama la prima infanzia. Nei primi mesi di vita, il bambino non percepisce il confine tra sé e il mondo esterno; l’allattamento in cui, in senso figurato, si nutre della madre, è un momento in cui il bambino è fuso completamente con un altro corpo. Ecco, percepisce il calore, i suoni, ma trae anche piacere fisico, protezione, calore, sicurezza. Alcuni cannibali cercavano di ricreare questa sensazione, l’unica forse in cui si sono sentiti veramente vicini a un altro essere umano e la riproponevano nel loro crimine in modo aberrante, distorto.

Io ho azzardato l’ipotesi di un continuum in cui troviamo da un lato l’anoressia in cui si rifiuta il cibo che simboleggia l’amore materno spesso ostile, anaffettivo, un amore percepito come  dannoso, velenoso, che spinge a rifiutare il cibo e anche l’identificazione sessuale (quando l’anoressia giunge ad uno stadio avanzato, il corpo perde le forme, i caratteri sessuali e anche il ciclo mestruale si interrompe) e da cui letteralmente si prendono le distanze . All’estremo opposto vediamo invece madri morbose -o fortemente instabili affettivamente- il cui amore soffocante ha impedito al figlio di crescere o di assumere qualsiasi identificazione che non sia quella iniziale, di infantile fusione, quell’essere dentro, indifferenziato, sospeso. Qui si colloca il cannibalismo, nella sua declinazione sessuale- fusionale. Un tentativo di ritornare a ciò che si è perso.

 

gesùNon ci vuole molta fantasia, ma solo un certo senso di stupore nel riconoscere, a questo punto, nelle frasi che diciamo in amore un’eco del cannibalismo. Vero?

Assolutamente: Il cannibalismo è diluito nella nostra quotidianità, ne è intriso il nostro  parlare, sia in termini sessuali- affettivi (“ti mangerei”, “buono come il pane”), che con accezioni distruttive e aggressive (“ti mangio il cuore”, “vado lì e me lo mangio vivo”). Ne è pervasa anche la religione; pensiamo alle antiche religioni pagane di cui ravvisiamo residui nella comunione cristiana, che è una forma di incorporazione simbolica di quello che, nella notte dei tempi, era un sacrificio umano  o un rituale per entrare in contatto con la divinità (nutrirsi del sangue e della carne del Cristo per averlo dentro di sé).

Ne troviamo traccia nell’amore (i baci, i morsi di passione, l’essere dentro l’altro, durante l’amplesso…) o nella sessualità più alternativa:  nel sesso estremo, il fist fucking, in cui uno dei due partner introduce mano e parte del braccio dell’ano dell’altro, è considerato l’unico modo non criminale per essere profondamente dentro il partner, utilizzando un organo sensibile per eccellenza: la mano. Ovviamente parliamo di una pratica condivisibile o meno, ma attuata da coppie consenzienti e sebbene la pratica appare bizzarra, non siamo ancora nel campo della perversione.


E’ recuperabile una persona che commette un delitto legato al cannibalismo?

Lo ritengo difficile, chi arriva a mangiare qualcun altro vive una cecità emotiva totale, è spesso un sadico e psicopatico (come nel caso di Magnotta) che, a causa della sua “costituzione psichica” non conosce empatia. Inoltre, l’uso dell’incorporazione come forma di possesso o fusione indica che queste persone scambiano il piano simbolico, astratto, con quello concreto: hanno avuto quindi delle gravi lacune a livello di sviluppo. Se parliamo invece di schizofrenia, deliri… forse una adeguata terapia psichiatrica potrebbe arginare il disturbo.

 

Casi rari, comunque…vero?

Io ho riscontrato una certa prevalenza di casi di cannibalismo, in Russia, dove il numero appare consistente rispetto ad altre nazioni: non è certo un dato statistico, vista anche l’estensione dell’area considerata, ma una indicazione degna di osservazione.

Dai casi analizzati in relazione alla Russia il cannibalismo appare per lo più inquadrato come mezzo di sopravvivenza e sopraffazione che origina dal degrado morale, sociale ed economico di parte della popolazione. In un luogo in cui la vita umana ha valore inferiore a zero, la carne di un uomo, per alcuni, è considerata alla stregua di quella di qualsiasi altro animale.

In Cina ,alcuni anni fa, poi, scoppiò lo scandalo dei feti abortiti che venivano rivenduti da alcune cliniche per essere acquistati e mangiati da privati.


Verrebbe da fare la facile battuta: “ma allora è vero che i comunisti mangiano i bambini!”. Se non fosse che la storia è vera e lo scandalo che ne seguì, idem. Come potè accadere lo lasciamo spiegare alla Camerani.

L’antica medicina tradizionale cinese popolare, in effetti, attinge ad una sorta di cannibalismo energetico, secondo il quale, mangiando parti di animali (il pene della tigre, ad esempio) si possano acquisire alcune delle sue qualità (il ripristino del vigore sessuale). La credulità popolare in questo caso ha spinto alcuni a mangiare feti, nella convinzione che contenessero sostanze rigeneranti.


Qual è la situazione italiana?

In Italia forse abbiamo avuto Vincenzo Verzeni, ma non abbiamo dati certi. Nell’ambito del cannibalismo aggressivo-politico, abbiamo notizia di alcuni carcerati e in particolare di un malavitoso che, letteralmente, mangiò il cuore di un compagno di cella.


Insomma, un mondo ricco di sfaccettature, che abbiamo appena sfiorato e che ci terrorizza ogni volta che si ripropone in tutta la sua realtà. Un mondo molto più presente, a livello simbolico e come residuo di epoche lontane, nella nostra vita di tutti i giorni. Un mondo che qualcuno si porta dentro, come un’ossessione, fino a diventare assassino. Continueremo a sentirne parlare, anche se oggi la scienza ci consente di trovare molte più risposte a un atto che appare, a tutti noi, primitivo e oscuro.

 

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