Melania Rea: le motivazioni della condanna all’ergastolo di Salvatore Parolisi

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parolisi

di Erika Crispo direzione@calasandra.it

Salvatore e Melania arrivano nella pineta di Ripe di Civitella, la figlia Vittoria resta a dormire in auto. Melania deve fare pipì, va dietro al chiosco e a quel punto, alla vista della moglie seminuda, Parolisi si eccita e le si avvicina. La bacia, vorrebbe avere un rapporto sessuale con lei, ma Melania, sia per l’ernia di cui soffriva, sia per la situazione – il posto all’aperto e il fatto che la loro bimba dormisse in auto – lo rifiuta forse rimproverando con parole pesanti. A quel punto Salvatore reagisce all’ennesima umiliazione colpendo la moglie con 35 coltellate usando il coltello a serramanico che ha in tasca.

È questa la ricostruzione dell’omicidio secondo il gup di Teramo Marina Tommolini. Dalle motivazioni della sentenza emerge che si è trattato di un delitto d’impeto. Il giudice ha elaborato una tesi alternativa a quella dell’accusa. Parolisi non avrebbe ucciso Melania perché stretto in un “imbuto” tra moglie e amante e nemmeno perché lei lo aveva minacciato di rivelare dei segreti della caserma. Il caporalmaggiore ha colpito a morte la moglie perché si è rifiutata di avere un rapporto sessuale con lui.

Il delitto “è maturato nell’enorme frustrazione vissuta da Salvatore Parolisi nell’ambito di un rapporto divenuto impari per la figura ormai dominante di Melania”. Il movente sessuale torna nelle motivazioni quando lo stesso Parolisi, un mese dopo l’omicidio, confida al cugino del padre di Melania, Gennaro, di avere tentato un approccio sessuale con la donna a casa, la mattina del giorno del delitto.

“D’altra parte – scrive il giudice Marina Tommolini nelle motivazioni – le esigenze sessuali del prevenuto dovevano essere piuttosto impellenti a causa di una “piaghetta” prima (seguita da un piccolo intervento il 12 gennaio 2011) e della “sopraggiunta ernia poi, di certo i rapporti sessuali con Melania se non del tutto interrotti, si erano, quantomeno diradati, mentre l’ultimo rapporto sessuale con la Perrone vi era stato nel gennaio 2011”.

Nel fascicolo depositato dal gup emerge la figura di un uomo molto diverso da quello dipinto dalla pubblica accusa, non un donnaiolo, bensì una persona frustrata, che viveva “in una sorta di sudditanza morale e fisica” nei confronti della moglie, “figura dominante” della coppia, dopo che erano stati scoperti i suoi tradimenti, ultimo dei quali quello con la soldatessa Ludovica Perrone, nella quale, peraltro, – confida lo stesso Parolisi a un cugino del padre di Melania, Gennaro – continuava a “trovare conforto” dalle giornaliere umiliazioni subite dalla consorte.

Marina Tommolini ritiene Salvatore Parolisi l’unico responsabile del delitto della moglie ed è sempre lui che ha tentato di depistare le indagini, che ha infierito sul corpo di Melania morta dissanguata dieci minuti dopo che le è stata vibrata la coltellata mortale fra le 35 analizzate. Ed è stato sempre il sottufficiale ad aver conficcato una siringa sul corpo della moglie, ad aver inciso una “Croce di Sant’Andrea” sull’addome e una svastica nell’interno coscia per dirottare le indagini verso un maniaco sessuale e tossicodipendente.

Nel dispositivo il gup esclude che Melania avesse un amante. La vittima conosceva il suo assassino, sul corpo di Melania non ci sono ferite che fanno pensare al tentativo di difesa da un aggressore sconosciuto. Il giudice ha disposto anche il dissequestro del pc di Ludovica e la restituzione di abiti e accessori appartenenti a Melania alla famiglia, fatta eccezione degli abiti indossati il giorno del delitto.

Secondo il gup nel tentativo di “allontanare i sospetti”, Parolisi “ha fornito, con proprie dichiarazioni e interviste televisive, una mole di menzogne che, inconsapevolmente, hanno costituito una sorta di confessione”. “Una mole di menzogne (così come era solito fare nella propria vita quotidiana) – scrive il magistrato – che ha offerto al giudicante una chiave di lettura che ha consentito di ricostruire la dinamica dell’accaduto, il movente e l’effettiva personalità di un uomo che ha vissuto e vive una propria realtà, che prende spunto dal vero, lo rielabora e, quindi, lo eleva a verità tanto da essersi già assolto dai terribili delitti commessi”.

Nelle 67 pagine con cui il giudice ha motivato la sentenza di condanna all’ergastolo che ha comminato al caporalmaggiore dell’esercito il 26 ottobre scorso c’è scritto anche che “l’improvviso attaccamento alla figlia desta più di un sospetto di autenticità”. “Evidentemente – scrive il giudice – nel ruolo che il prevenuto sta recitando, la piccola (che potrebbe peraltro aver assistito a tutto o a parte dell’omicidio, per cui è l’unico potenziale teste oculare) gli è utile per fornire l’immagine del padre premuroso (pur essendo rimasto assente, per non ben spiegate ragioni, persino quando è nata)”.

Per il giudice Tommolini la commisurazione della pena è legata al mancato pentimento e al comportamento “subdolo” tenuto da Parolisi che prima ha tentato di sviare le indagini e poi ha assistito “silente” al processo. Anche per questo non gli avrebbe concesso l’applicazione delle attenuanti generiche. “L’incensuratezza” per il gup non è “condizione sufficiente per la concessione delle attenuanti generiche” e anzi, “il Parolisi non sembra abbia mostrato alcun segno di resipiscenza”. Inoltre, sempre secondo il giudice, “nel corso del processo ha assistito in disparte e silente ( anche sotto il profilo dei normali saluti, quali un ‘buongiorno’ o un ‘buonasera’ che normalmente si pronunciano a chi entra o esce da un’aula di giustizia) ed è intervenuto in un’unica occasione, quando stante l’esigenza manifestante dal giudicante di acquisire i sui orologi, ha indicato quello rimasto nell’abitazione della suocera, scoprendosi che da detta abitazione l’orologio in questione non è mai stato spostato, e, di conseguenza, non poteva essere indossato al polso il giorno del delitto”. Questo per il giudice altro non è stato che “l’ennesimo tentativo di inquinamento probatorio, ‘spacciato’, invece, come collaborazione di chi sa di non dover nascondere nulla”.

La redazione del settimanale “Oggi” avrebbe invece notato che nella sentenza il gup ha commesso degli errori sugli orari. Ha scritto “14.30″ e “14.45″, ma seguendo la sua stessa ricostruzione avrebbe dovuto scrivere “15.30″ e “15.45″. Si tratterebbe dunque di due refusi che, però, potrebbero determinare un ricorso per la loro correzione.

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