Inchiesta – Deep Web, l’internet invisibile. #7 Il lato buono della Darknet

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di Fabio Sanvitale (per contatti clicca QUI)

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21 febbraio 2014

Ovviamente, deep web=crimine non funziona. Non è tutto qui. Per noi giornalisti, ad esempio, è una manna: ci serve come il pane, per poter comunicare segretamente con le nostre fonti, che non vogliamo mettere in difficoltà.

Poi ci sono i dissidenti (libici, del Bahrein, dell’Egitto, Iran, Cina, Siria). Quelli che non la pensano come il loro governo e che, in certi paesi, hanno bisogno di comunicare tra loro senza rischiare, per questo, di essere fucilati. Poi ci sono le forze di polizia, che grazie a Tor possono compiere operazioni sotto copertura e indagare sulla criminalità informatica e non solo. Ci sono piattaforme come WikiLeaks, che ospitano documenti rubati alle fonti (alla Wikileaks, per intenderci) per divulgarli a tutto il mondo nell’ottica della trasparenza, che su Tor ci campano. Ci sono strutture come Reporters Without Borders, che tutelano la libertà di stampa in tutto il mondo, cui Tor serve come il pane.

Poi ci sono le persone normali come te, che ci tengono alla loro privacy e non vogliono essere spiate da nessuno; né a fini commerciali né per nessun altro motivo, nemmeno per ipotesi. Perché è un tuo diritto.

Poi ci sono le Organizzazioni Non Governative (come Amnesty International, Emergency ed altre) che fanno usare Tor ai loro volontari e attivisti in paesi stranieri per comunicare con la sede dell’Organizzazione senza far sapere al governo locale chi incontrano, dove fanno, che casi stanno seguendo. In questo modo, i loro contatti (gente spesso privata dei più elementari diritti umani) non rischia la vita. Tanto è vero che una parte dei nodi d’ingresso alla rete Tor (i cosiddetti bridge) sono segreti e studiati apposta per consentire, su richiesta, di collegarsi alla rete Tor anche in quei paesi i cui governi fanno di tutto per impedirlo.

Ma tutte queste cose non le sappiamo solo io e te. Le sanno anche quei governi, e bene. Se guardiam

primavera araba

o l’elenco dei principali 10 paesi che applicano possibili censure a comunicazioni su rete Tor troviamo infatti Cina, il Niue, il Sudafrica, l’Etiopia, il Turkmenistan, il Nepal, Bangladesh, l’India…

In tutti questi stati Tor è una garanzia insostituibile per i diritti civili, per ottenere cose che qui da noi diamo per scontate e che lì, invece, sono una conquista. Certo che è strano. Perché gli Usa, che hanno inventato la darknet come rete militare l’hanno alla fine resa pubblica, mettendola di fatto a disposizione di attivisti per i diritti politici ma anche di criminali? “Io credo proprio per agevolare – risponde Pierluigi Paganini, che su Security Affairs gestisce uno dei 10 blog più influenti al mondo sulla sicurezza informatica – gli attivisti politici di paesi che facevano loro comodo, per dare loro uno strumento. Sono operazioni cosiddette PSYOPs, operazioni psicologiche. E’ la vecchia guerra psicologica in chiave moderna, che sfrutta Internet ed i social media per influenzare il sentiment su scala globale e su temi di interesse comune. Non dimentichiamo inoltre che tutt’oggi Tor è utilizzato per fini di intelligence: molti sono i servizi nascosti, gli “hidden services”, in uso per la condivisione di informazioni sensibili”.

Insomma, un regalo molto, ma molto interessato. Ovvio, gli americani si saranno fatti certamente due conti. Che i criminali sarebbero entrati in scena era un costo messo a preventivo. Costo che sapevano di poter combattere bene, visto che il concetto di darknet l’hanno inventato loro… molto più utile era sapere che così facendo avrebbero fornito uno strumento centrale agli oppositori di regimi che volevano buttare giù, tipo quelli della Primavera Araba. Ma, in fondo, ora che anche questo è successo, possiamo solo ringraziare il deep web per averlo aiutato.

Siccome però sono curioso (e anche tu), nella prossima puntata ti racconterò chi finanzia davvero il Tor Project. (continua)

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