I ristoranti del crimine. Quando delitto e buona tavola si incontrano.

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Il delitto non paga: si sa. Tranne quando il conto è quello del ristorante e quando la cena è servita a veri criminali. La tavola come scena del crimine; come suo antipasto, potremmo dire. Quante volte un reato è nato intorno a una bella mangiata? Tante: vediamone alcune, a Roma.

Il Biondo Tevere si trova dove l’Ostiense si getta nella Cristoforo Colombo, al civico 178. La sosta ci sta tutta e sorprende, se pensate che quella sera, il 1 novembre 1975, Pier Paolo Pasolini stava offrendo la cena al tipo che l’avrebbe portato in trappola, Pino Pelosi. Verso il suo omicidio. Una scena paradossale, ma vera. Sappiamo a che ora arrivarono (verso le 23), sappiamo cosa finì nel piatto di Pelosi (pasta aglio e olio, petto di pollo, una birra). Gestione familiare, un posto alla buona. Questi sono i ristoranti che Pasolini preferiva; atmosfera popolare, semplice, cordiale, rustica, vera. Il poeta conosceva già ragazzo. Parlarono, non c’erano altri clienti in quella notte dei Santi. Stettero un’ora e via: verso l’Idroscalo di Ostia, verso la morte. Il ristorante è ancora lì e conserva la stessa aria, lo stesso fascino spartano, senza ricercatezze.

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Quell’insegna al neon, fuori, che fa a cazzotti col pub alla moda di fianco. E ti immagini Pasolini con il suo pullover grigio, con gli occhiali, le guance scavate, che si muove tra quei tavoli. Giuseppina Sardegna è ancora la titolare: “La vede quella? È la sedia dove si sedette Pasolini quella sera. Io non ci faccio mettere nessuno”.

Altro clima, altro ambiente, quello del Cafè de Paris di via Veneto. Luogo elegante per eccellenza, che nello splendore dorato delle sue sale e dei tavolini sul marciapiede ha visto passare Fellini, Sinatra, Mastroianni, la Loren e degli assassini. E’ la storia del caso Bebawi, questa: divenuta paradigma del delitto in cui un sospettato accusa l’altro al punto da paralizzare l’inchiesta. Loro, i coniugi egiziani Bebawi, vengono a Roma per chiudere una questione privata: ammazzare Farouk Chourbagi, bello, ricco e un tempo innamoratissimo di lei, Claire Bebawi. Prima l’aveva voluta e poi aveva cambiato idea: d’altronde, che caratteraccio, Claire! Giravolte mentali anche per Youssef Bebawi, il marito, che prima aveva ripudiato Claire, dopo aver scoperto la tresca, ma che la rivoleva.  Alla fine l’omicidio conveniva a entrambi: per l’onore del marito tradito e per vendicare una femminilità rifiutata. I Bebawi entrarono così a colpi di pistola in quel 18 gennaio 1964 che era Dolce Vita. E alla pistola aggiunsero il vetriolo, per sfregiare il cadavere. Ma chi aveva ucciso? E chi sfregiato? Si accuseranno a vicenda per tutta la vita, in una tattica processuale involontariamente perfetta. Ecco, tra i tavolini del Cafè Farouk aspettava Claire.

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Tavolini eleganti, che non lasciavano presagire la violenza; come se appartenere ad un mondo esclusivo fosse un modo certo per tenere la morte lontana. I camerieri non potevano prevedere quel che sarebbe accaduto anni dopo, in un’Italia terreno di scontro tra israeliani e palestinesi, dove i mitra avevano cantato due volte a Fiumicino e di fronte alla Sinagoga. E così, una sera due bombe a mano rotolarono tra i tavolini. Il rosso dei Martini divenne rosso sangue. Era il 16 settembre 1985. Poi la decadenza, la ‘ndrangheta che si compra il bar nel 2005, la Guardia di Finanza, i sigilli, la polvere e la muffa. Sono tre anni che è chiuso.

E’ un luogo avveniristico, il Ristorante del Fungo, invece. Un simbolo dell’Eur, che ti stupisci a pensare che ci sia un ristorante, in cima. La vista è mozzafiato. Il 18 febbraio 1975 i boss della ‘ndrangheta Paolo De Stefano, Pasquale Condello, Saverio Mammoliti e Giuseppe Piromalli vengono fermati dalla Mobile mentre cenano lì con Giuseppe Nardi, Manlio Vitale e Gianfranco Urbani, che nel 1978 confluiranno nella Banda della Magliana. Quella sera Roma era in cerca di nuovi padroni. Anni dopo, invece, Antonio Mancini e Pippo Calò (Banda e Cosa Nostra) sceglieranno un altro ristorante storico, Ar Montarozzo, per discutere di partite di droga e interessi nell’edilizia.

Fu tra i tavolini del bar del Fungo, piuttosto, a livello terra, che iniziò la Strage del Circeo. Era ancora il 1975, stavolta settembre. Donatella Colasanti un pomeriggio esce da un cinema con un’amica, sulla Nomentana, e chiede un passaggio: si ferma Giancarlo Parboni Arquati. Giancarlo fissa un appuntamento con Donatella, al quale però si presenta con due amici Angelo Izzo e Gianni Guido, mentre Donatella porta un’ altra amica, Rosaria Lopez. Le ragazze sentono che i tre le disprezzano ma sono comunque affascinate dai quei danarosi di buone maniere. Il caso entra doppiamente in scena e nasce, dopo l’appuntamento, nei ragazzi l’idea di violentare “le pischelle” in una villa del Circeo, dove li raggiungerà anche Andrea Ghira.

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36 ore dopo la Lopez moriva, la Colasanti si salvava fingendosi morta: eppure la chiamiamo Strage, per la sproporzione assoluta e vigliacca tra un omicidio e il progetto iniziale, “divertirsi” con uno stupro. Per l’immane e prolungata quantità di violenza impiegata. Sembra che non l’avessero deciso prima. Che fu un andare ognuno oltre la violenza dell’altro, per non essere da meno. Ma non si può non pensare che sarebbe bastato un nulla, per far prendere a quelle vite una piega diversa. Sarebbe bastato che si fosse fermata un’altra macchina, quel pomeriggio sulla Nomentana.

Lo Scarpone è invece un classico della ristorazione romana (esiste dal 1849). Di che parlarono Amerigo Dumini e compagni in quel pantagruelico pranzo del 10 giugno 1924 che precedette il sequestro del deputato socialista (e oppositore del regime fascista) Giacomo Matteotti? La fine della Monarchia parlamentare passa per una mangiata così abbondante che Dumini si sente addirittura male e chissà se non fu per questo che quel giorno, a stare al volante, fu proprio lui. Fu un pranzo con portate di odio, di disprezzo per la vittima, tanto che si permettono di mangiare a crepapelle, quasi che il cibo fosse l’antipasto del crimine stesso, un piacere del corpo che precedeva il piacere non meno fisico di fare fuori l’avversario politico. Si sa come è andata: Matteotti viene sequestrato ma fa resistenza e viene ucciso quasi subito, nell’auto stessa (Mussolini passò un pessimo periodo, ebbe paura sul serio. La sua ulcera ne risentì e per mesi mangiò in bianco). Una banda sgangherata: Matteotti finisce sotto venti centimetri d terra e viene fatto ritrovare alla Macchia della Quartarella; l’automobile, incredibilmente presa in prestito, lasciata parcheggiata nel garage del Viminale, con tanto di tappezzeria strappata e macchie di sangue della vittima sui sedili. Un delitto iniziato e finito con la stessa approssimazione che l’ha consegnato alla Storia.

di Fabio Sanvitale


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