Denis Bergamini: gli 11 testimoni della statale 106 non hanno visto un omicidio

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E se quello di Denis Bergamini fosse un suicidio puro e semplice? Si fa presto a dire omicidio. Se è vero che la medicina legale va in questa direzione, più rivediamo le carte dell’inchiesta e più ci rendiamo conto che le cose forse stanno diversamente. Vediamo perché.

Innanzitutto, per dire che è stato un omicidio bisogna smontare tutte le testimonianze oculari che dicono il contrario e che sono tra loro coerenti una con l’altra. E sono molte.

Quella sera era il 18 novembre 1989; era l’ora del crepuscolo, piovigginava. Il traffico sulla statale 106 era intenso.

Il primo testimone si chiama Angelo De Palo e fa il carabiniere. È quello che insieme al brigadiere Francesco Barbuscio ferma la Maserati di Bergamini ad un posto di blocco prima dell’incidente: i militari cercano l’auto di due banditi che hanno commesso una rapina a Villapiana, derubando un camionista di 700.000 lire.

Succede davanti al bar di Mario Infantino, pochi chilometri prima, alle 17.30. Qui c’è un problema. Dichiara infatti De Palo molti anni dopo, nel 2011, all’avvocato Gallerani, all’epoca difensore dei Bergamini, che pochi minuti dopo aver fermato la Maserati erano stati avvisati dell’incidente e che dunque meno di mezz’ora-tre quarti d’ora dopo aver fermato l’auto, quindi verso le 18, erano sul posto; e che la Maserati era dietro il camion. De Palo spiega anche come mai non fu annotato –come la regola impone- l’annotazione del fermo della Maserati: perché non era il tipo di auto che cercavano. Va bene, ma com’è possibile che Barbuscio avesse annotato l’incidente alle 19.20 (sbagliando: era delle 19.11) se De Palo se lo ricordava un’ora prima? Nell’ipotesi del complotto, falsare l’orario aiuterebbe gli assassini a crearsi un’alibi.

La risposta la dà il maresciallo Iconio Bagnato, all’epoca comandante della stazione dei Carabinieri di Rocca Imperiale: afferma di aver appreso la notizia dell’incidente verso le 19, il che in effetti coincide con la Internò che dichiara di aver chiamato i Carabinieri alle 19.10. Anche quelli del Cosenza Calcio dicono di averlo saputo sicuramente dopo le 19.30, quando erano già a cena. Insomma, è evidente che è De Palo a ricordarsi male, ma ci sta: i suoi sono ricordi di 22 anni dopo.

Proseguiamo con Francesco Forte: guidava un camion anche lui e parla di quella sera dapprima a Donata, sorella di Denis, e poi al Pm solo il 22 gennaio 2014. Che dice Forte? Racconta che all’uscita da una stazione di servizio, qualche chilometro prima, aveva lasciato sfilare un camion Iveco, pensando che se fossero incappati in qualche controllo delle forze dell’ordine, avrebbero fermato prima lui. Dopo un tot lo vede inchiodare, scende, inciampa nel cadavere di Bergamini; una ragazza disperata urlava e piangeva, trattenuta? sorretta? da due uomini vicino un’auto scura; e che Pisano gli aveva detto che Denis era già per terra quando lui l’aveva visto. Quando depone davanti al PM, però, Forte precisa meglio le cose: non dà per certo di aver visto i due uomini caricare la ragazza in auto e partire e non conferma nemmeno la frase di Pisano. Semmai ha visto una ragazza disperata vicino a delle persone e si è avvicinato per chiedere se erano parenti della vittima. Tutto quello che conta, a processo, è questo, la dichiarazione al Pm: non altro. E poi, scusate: dunque gli assassini di Denis sarebbero restati lì dopo il delitto, a farsi vedere da Forte e da tutti quelli che passavano? Stiamo scherzando? Sarebbe questo il famoso complotto che coinvolge carabinieri e magistrati calabresi?

Poi c’è Rocco Mario Napoli, che dichiara spontaneamente e ripetutamente (nel 1989, 1990, 1991, 2013) che: mentre sul suo furgone si recava a Montegiordano, in compagnia della fidanzata Antonietta Rosa Valerio e della sorella di lei Franca Giovanna Valerio, aveva visto una Maserati ferma in una piazzola sulla destra (riconosce il modello perchè ne aveva avuta una anche lui), con fari e motore acceso, con dentro una persona, mentre fuori c’era un uomo che procedeva di fianco alla carreggiata senza far caso alle auto che passavano, tanto che aveva dovuto sterzare, imprecando, per non prenderlo. Le due donne confermano. Anna Napoli, cugina di Rocco, si era sentita raccontare l’episodio dall’uomo quella sera stessa, allo stesso modo. Nell’impossibilità di negare 4 testimonianze, per Gallerani l’uomo visto da Napoli- e che rischia di farsi ammazzare- non è Denis Bergamini, ma uno degli assassini appena uscito dalla sua auto. La tesi dell’assassino che, chissà perchè, rischia di farsi assassinare è talmente ridicola che non la commentiamo nemmeno.

Mario Salvatore Infantino è il gestore del bar di via Nazionale a Roseto Capo Spulico, presso cui i carabinieri fanno il posto di blocco e presso cui arriva la Internò subito dopo i fatti, in cerca di un telefono per chiamare. A caldo dichiara ai Carabinieri che la ragazza era arrivata alle 19.30 con un uomo, chiedendo di telefonare perchè il suo ragazzo si era ammazzato. In successione, la Internò aveva chiamato la madre per farsi venire a riprendere, l’allenatore del Cosenza, il capitano della squadra Marino. Poi aveva avvisato i Carabinieri di Rocca Imperiale, mentre l’uomo gli aveva detto di aver lasciato la moglie incinta sul posto dell’incidente e di essere venuto con la Maserati della vittima: per cui aveva lasciato lì la Internò ed era tornato indietro da solo, con la Maserati, che Infantino comunque non aveva visto. Dopo poco, era arrivato Barbuscio che cercava la ragazza. Va detto che Infantino, sentito da Gallerani e poi dal Pm nel 2011, aveva in sostanza smentito queste dichiarazioni, probabilmente perché s’era stufato di avere a che fare con giudici e carabinieri.

E infatti ecco la testimonianza di Mario Panunzio: è lui l’automobilista di passaggio che portò la Internò al bar. Fino al 2012 Panunzio è un fantasma, qualcuno che non si sa nemmeno se sia mai esistito, un’ombra che rendeva ancora più inverosimile la versione della Internò. Fino a quando viene rintracciato dai Carabinieri di Cosenza. È lì che si scopre che già nel 2010 era stato rintracciato da Gallerani, il quale però, nella richiesta di riapertura delle indagini, si era guardato bene dal dire che l’aveva trovato, perché la presenza di Panunzio avrebbe smontato un pezzo della tesi del complotto.

luogo incidente 1989E invece Panunzio c’era e aveva una Ritmo bianca targata TA330384, che si vede in una delle foto di quella sera, parcheggiata alla buona sul ciglio della statale. Che dice Panunzio? Che mentre passava sulla strada era stato costretto a fermarsi da una ragazza terrorizzata che chiedeva aiuto. Nella piazzola c’era la Maserati, ferma col muso verso il mare. Aveva in auto la moglie incinta e i suoceri; non poteva portare la ragazza a Cosenza come lei chiedeva. Allora l’aveva accompagnata al bar di Infantino, usando la Maserati. Tornato alla piazzola trovava i Carabinieri e spiegava loro cosa era successo. Questi però avevano commesso un errore: non si erano segnati il suo nome nè la sua targa, tramutandolo in un fantasma. La moglie di Panunzio, Giovanna Cornacchia, conferma il marito. La prima deposizione di Infantino era insomma quella giusta e si spiegava anche chi fossero i due uomini visti da Forte vicino alla Internò: proprio Panunzio e suo suocero, scesi per aiutare la ragazza nel panico.

Altro testimone è ovviamente il conducente del camion, Raffaele Pisano: era incensurato, non conosceva la Internò e abitava lontano da Cosenza. Sulle prime Pisano conferma due cose: che Denis Bergamini si è letteralmente buttato sotto il suo camion e che il punto d’investimento è di fianco alla piazzola (“si è buttato direttamente dalla piazzola“) di sosta, 50 metri indietro rispetto a dove poi si è fermato il camion. La prima dichiarazione collima con la Internò ma suona subito strana (che vuol dire tuffarsi?), la seconda anche se chiaramente falsa, ha una spiegazione logica. E infatti Pisano, innanzi al Pm, già il 6 dicembre 1989 aveva precisato di non essere affatto certo del punto dell’impatto e di aver detto 50 metri prima perchè indotto a dirlo dalle misurazioni fatte in quel momento dai Carabinieri. Quindi, perché si accusa di chissà che un uomo che si è corretto e ha detto la verità pochi giorni dopo? Il punto è che Barbuscio fece misurazioni chiaramente errate, che dovette correggere e lo fece- già pochi giorni dopo. La cosa si spiega senza problemi: Pisano guidava e in quei pochi secondi di terrore non era stato a guardare dove aveva investito Denis. Sono fenomeni di memoria comuni e noti alla psicologia: l’ultimo ricordo, il più forte e drammatico, cancella parte dei dati mnestici precedenti. Solo che Barbuscio gli aveva detto, sbagliando, che l’impatto era avvenuto 50 metri prima e lui si era accodato perché francamente non lo sapeva, salvo dubitarne pochi giorni dopo e correggersi con onestà. E diventare un mostro lo stesso.

Ricapitolando: cosa ci dicono questi 11 testimoni? Che il camion di Pisano era lì per caso e, se Forte lo avesse preceduto, si sarebbero scambiati di posto e ora l’imputato sarebbe lui. L’orario dell’incidente è successivo alle 19. Non ci sono assassini che trattengono la Internò subito dopo il delitto, ma si tratta dei Panunzio. L’automobilista fantasma ha un nome e cognome. Gli spostamenti della Maserati si spiegano senza problemi. L’errore sul punto di investimento fu corretto subito. Denis Bergamini, poco prima di morire, camminava sul ciglio della statale, noncurante del rischio che correva. Verso la morte.

di Fabio Sanvitale


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