Aldo Semerari, il criminologo che fu decapitato. Perché?

Mancava, un libro su Aldo Semerari. Mancava, perché quest’uomo, ritrovato decapitato dentro una Fiat 128 il 1 aprile 1982, nel centro di Ottaviano, è stato un personaggio che ha sfiorato, attraversato, corso dentro tutte (o quasi) le trame dell’Italia degli anni Settanta. Terrorista? Agente segreto? No, professore universitario, criminologo. E dei più brillanti, a parere di tutti. A rimediare al vuoto di ricerca ci ha pensato Corrado De Rosa, 39 anni, psichiatra e scrittore, con “La mente nera” (Sperling & Kupfer), un lavoro documentatissimo e lucido che ci fa rimettere insieme il quadro di una figura fondamentale; e che serve per capire (o avere dubbi) su cos’è stata l’Italia di quegli anni.

Aldo-Semerari

Semerari è un ideologo, Semerari fa perizie compiacenti per chi lo paga bene (Banda della Magliana, camorristi, terroristi), Semerari scrive trattati di criminologia, Semerari è un luminare capace di collegamenti mentali imprevedibili, Semerari conosce tutti, Semerari ha una paura fottuta dei Servizi, Semerari ha sul letto matrimoniale una bandiera nazista. Semerari è un mistero.

E allora, chi era Semerari? “Era un fondamentalista e un narcisista – risponde De Rosa – uno che si buttava dentro cose complicate e aderiva completamente al suo credo: quando era comunista andava in giro col colbacco, quando divenne fascista indossava una cintura delle SS. È stato un teorico dell’eversione nera, ma anche un ex facinoroso stalinista. Senza temere il giudizio degli altri, era uno innamorato di sé stesso.Sappiamo che ha avuto un ruolo di collegamento, che si muoveva tra eversori politici, giudici, mafiosi. Era un anello, un crocevia, forse anche per questo usciva sempre pulito dalle inchieste in cui a un certo punto sembrava coinvolto fino al collo. Era massone, un lobbysta per definizione. Era perfettamente coerente alle logiche della P2: e infatti ne faceva parte, anche se il suo nome non è mai comparso nelle liste di Gelli, almeno in quelle ritrovate fin qui”.

Eppure, in questo suo valzer di contatti, di visite mediche ai boss, nel suo essere uomo di potere con frequentazioni ad altissimi livelli (istituzionali e criminali) ha anche lui un punto di rottura, no? “Sì, è ad ottobre 1980, a due mesi dal suo arresto, avvenuto dopo la strage di Bologna: è allora che dice “non mi lasciate marcire qui dentro, perché sennò parlo”. Qui inizia a morire. Pensava di muovere pedine, non aveva capito di essere lui stesso una pedina. Anche lui era mosso da altri : non era il grande architetto che credeva di essere”.

Umberto Ammaturo, boss della camorra, gran trafficante di droga sull’asse Napoli-Sud America, già nell’elenco dei trenta criminali più pericolosi d’Italia, è stato condannato come responsabile della morte di Semerari. Davvero pensi sia stato lui? “Il movente che Ammaturo confessa è il doppio gioco: dice che non poteva tollerare che Semerari facesse perizie psichiatriche compiacenti sia a lui che al suo nemico, Raffaele Cutolo. Poi indica i suoi complici. E qui si contraddice, proprio lui che aveva sempre dimostrato di essere un computer, diventa un pasticcione e commette errori grossolani”.

E secondo te è possibile che uno come Ammaturo diventi così confuso, che parli a casaccio?“Certo che no. Io penso davvero che Ammaturo abbia ucciso Semerari. Ma non perché faceva perizie a tutti, non era il solo a farle. Penso che lo abbia fatto per fare un piacere ad altri, probabilmente ai Servizi deviati. Ma forse nemmeno lui sa perché ha dovuto uccidere il professor Semerari e per conto di chi”.

E d’altronde i Servizi erano ciò di cui aveva davvero paura il professore, tant’è che a loro chiede aiuto nelle ore precedenti la sua morte. Ma in che cosa, secondo te, Semerari era utile ai Servizi? “Semerari era un uomo dell’eversione, aveva contatti frequenti con loro, cuciva relazioni, conosceva tutti: la banda della Magliana, Cutolo, Luciano Liggio, i vertici del SISMI, Mino Pecorelli. Era una potenziale “gola profonda” perfetta. Era di casa alla Procura di Roma, nei salotti bene, nei centri clinici di carceri e manicomi criminali, poteva parlare con chiunque”.

“Non volevo scrivere una biografia di Semerari – conclude De Rosa – ma concentrarmi sulla sua morte e sul suo sapere scientifico, che era davvero notevole. E ho scelto di lavorare sulle carte giudiziarie. Se avessi sentito i boss o i parenti mi avrebbero detto che era finito in un gioco più grande di lui o che c’era già una verità processuale definitiva. Che ho rispettato, naturalmente. Ma non credo che fosse finito in un gioco più grande di lui, alla fin fine. Era introdotto dappertutto, dava del tu a tutti. Il gioco lo maneggiava bene, da anni”.

Una domanda ancora. Quanto Semerari è paradigmatico della storia d’Italia di quegli anni?“Credo che sia una grande metafora di quel periodo, nella sua storia c’è di tutto. Eversori che banchettano con i mafiosi, servizi segreti che mediano coi camorristi per la liberazione di un assessore democristiano, Ciro Cirillo, rapito dalle Brigate Rosse. Raccontare la sua fine consente di rileggere dal di dentro gran parte dei misteri italiani di quegli anni. E di riconoscere manovre, delegittimazioni, strategie e comportamenti criminali che restano di grande attualità”.

di Fabio Sanvitale