Sarah Scazzi, analisi di uno stupro mediatico. Intervista a Edoardo Fleischner

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Sarah Scazzi

Fleischner, in questi mesi i telespettatori hanno vissuto un autentico reality del dolore con il caso dell’omicidio di Sarah Scazzi. Prima di tutto vorrei chiederle se la risonanza mediatica di questo fait divers, secondo lei, è nata soprattutto perché la stessa madre di Sarah Scazzi, Concetta, fin dall’inizio ha voluto usare le telecamere come strumento per entrare  dentro le case e dentro le istituzioni per chiedere aiuto. Per foraggiare e stimolare le ricerche, naturalmente con un unico obiettivo da parte di quella madre: il ritrovamento della figlia.
Insomma, che cosa ha innescato il caso Scazzi a livello mediatico? In che cosa questo caso si è rivelato da subito diverso rispetto alle altre tristi storie di bambini o adolescenti, scomparsi o assassinati?

In generale: la “quantità” di “familiarismo” che invade i palinsesti televisivi, crescente ogni giorno di più da 20 anni (anche perché è un genere di produzione che costa poco), ha trasformato lo schermo televisivo nella nuova propria famiglia, a cui chiedere aiuto, esporre problemi, con cui pettegolare, confessare verità inconfessabili, ingelosire per dominare, scandalizzare per affermarsi, con tutto il set di spinte di potere, di denaro, di sesso, di tabù, di deliri di onnipotenza, di schiaffi morali, di colpevolizzazioni.
Ciò che vive nello schermo, sia del televisore che del cellulare o del computer, ha generato un vero e proprio “subconscio speculare”, che disarma il subconscio che sta da questa parte dello schermo. Le famiglie di qua, quelle reali, ormai si sono congiunte, saldate, con quella di là, quella “schermatica”, la famiglia-schermo e dello schermo.
Così la famiglia di qua vive totalmente allargata, assolutamente inclusa alla famiglia di là. La famiglia di qua non può più fare a meno di quella di là. La famiglia di qua deve fare ormai sempre i conti con la famiglia di là.
In particolare: la famiglia di Michele sa, o intuisce, percepisce, da subito, che l’assassino è in famiglia. E perciò da subito, il subconscio della famiglia muove una difesa collettiva. Ma il moderno subconscio della famiglia del terzo millennio sta di là, è tutt’uno con lo schermo. Cosima, Sabrina, Michele, Valentina, sono tutti attivi, in modi diversi, nel muoversi come famiglia allargata nello schermo, nei media. Nel nascondere la colpa, inconsciamente, come Cosima, e, forse ormai, effetto della rimozione, inconsciamente, anche da parte di Michele.
Dialogano coi media come dialoga la famiglia che deve nascondere il segreto della colpevolezza esibendo un affanno d’innocenza e la rappresentazione del dolore, come richiedono tutti gli alibi, soprattutto quelli privati, quelli fra congiunti, fra parenti, fra amici.
Non dialogano con i media, ma sono loro stessi i media, perché non c’è più differenza fra la famiglia di qua e quella di là. Sono tutti un’unica famiglia. Il segreto e il privato delle famiglie ristrette è ormai il segreto e il privato della famiglia allargata. È la sindrome di Facebook, che la televisione ha anticipato da almeno 20 anni.

Bulimia mediatica o ipertrofia televisiva: parliamo delle scelte di palinsesto, degli ascolti, della spietata battaglia delle contro programmazioni tra reti. E della notizia del ritrovamento del cadavere data in diretta dalla trasmissione “Chi l’ha visto” in quel tragico giorno di ottobre. Che cosa è accaduto, ma anche che cosa è cambiato, quel giorno?

Non è cambiato nulla. Da quando esiste l’umano, Caino che uccide Abele fa notizia e tutti vogliono essere testimoni diretti. Tutti vogliono vedere il sangue.

All’indomani del ritrovamento del cadavere e con un’indagine in corso, ad un certo punto familiari, conoscenti e vari personaggi hanno iniziato pian piano a scomparire dalle trasmissioni. Si è iniziato così a non vedere né ascoltare più i veri protagonisti di questa orrenda vicenda, eppure il palinsesto ha continuato a proporre una carrellata di programmi sul caso nonostante tutto: nonostante l’assenza di informazioni, di novità, di certezze investigative. Si è iniziato a sbobinare tutto, a rimontare, a rileggere. A montare repertorio, a rivedere i comportamenti, molto spesso senza una logica analitica. Si è tentato anche di leggere il linguaggio del corpo: i gesti, la mimica, i pianti, gli sguardi, i movimenti delle spalle, delle mani e degli occhi. Ma anche, per esempio, il modo di vestire della cugina, il suo trucco-e-parrucco. Che cosa è accaduto alla televisione, e che cosa le sta accadendo ora che sono fisicamente scomparsi i protagonisti di quel teatro di dolore che è diventata Avetrana? Perché, insomma, si continua ad andare in onda rincorrendo ascolti che non sono più così “granitici”?

È l’economia di scala. Ho del materiale e lo vendo a pezzetti giorno dopo giorno. Se ho dei verbali di interrogatorio, ne pubblico 20 righe ogni tre giorni. Faccio durare il materiale in mio possesso il più a lungo possibile.
È la rappresentazione dopo l’azione. Quando l’evento si scatena riprendo l’azione. Quando l’evento si è chetato, cucio delle rappresentazioni, dei dibattiti, degli scenari, e possibilmente dei partiti.
La rappresentazione più remunerativa in termini editoriali è avere due partiti l’un contro l’altro armati: quello colpevolista che fronteggia quello innocentista. Se si amministra bene questa contrapposizione, un delitto senza la pistola fumante, e magari con confessioni contraddittorie e mutevoli nel tempo, può rendere talk show con buona audience per anni, anche per decenni.

Si continua ad andare in onda senza i protagonisti diretti ma con un folto stuolo di esperti, avvocati, scrittori, e soprattutto opinionisti. Chi sono gli opinionisti, questi “nuovi comunicatori”, queste figure in forte crescita televisiva?

Gli opinionisti sono il calcio parlato che soverchia il calcio giocato. Spesso non esprimono la loro opinione, magari non l’hanno mai voluta esprimere, ma recitano l’opinione che pensano possa riscuotere maggior consenso positivo, o negativo.
Sanno, o li hanno edotti, che le sfumature sono difficilissime da far passare in televisione, quindi puntano al bianco o al nero, per ricevere amore sviscerato oppure odio senza limiti. E le redazioni televisive cercano proprio quelli che si esprimono il più possibile con un solo colore. Bucano lo schermo. Certo, nel loro sottopancia deve essere scritto un titolo professionale, salvo che non siano opinionisti che arrivano diretti dal Grande Fratello.

Un altro aspetto interessante di questa triste vicenda è il modo di comunicare di alcuni personaggi con l’esterno: penso alla scelta, da parte di entrambe le cugine, di comunicare con i giornalisti attraverso l’invio di sms. Di messaggi di testo che, puntualmente, venivano letti anche in diretta e con relativa inquadratura da parte della regia dello schermo del cellulare di proprietà del giornalista.

Le persone, soprattutto più giovani, utilizzano sempre più ogni possibile “dispositivo” elettronico di comunicazione e ogni possibile modalità: sms, mms, social network (Facebook, Twitter), e-mail, conference call (con Skype), social media (Youtube), blog, chat. Inoltre vedono usare tali mezzi dalla famiglia allargata che sta dentro lo schermo. Sono invitati ad usarli durante molti programmi televisivi.
Dunque, nessun stupore che siano in grado di gestirli, anche tutti insieme, anche contemporaneamente. E nessuna meraviglia che fino ad oggi, davanti ad una telecamera accesa, si tentasse di farsi inquadrare a costo di allungare il collo e salutare agitando la manina e ora, invece, si abbia ancor più soddisfazione “esibitoria” nel far inquadrare i propri sms.

Desidera aggiungere qualcosa, ancora, a proposito di questa televisione del dolore. A proposito di questo fatto di cronaca nera che ha invaso le case degli italiani mentre un tassista e un’infermiera lottavano, invano, per la vita, il Lodo Alfano è diventato retroattivo, e a Terzigno c’è stata la guerra…

È la televisione di distrazione di massa. I “prestidigitatori” lo sanno bene. Per non far vedere la realtà, occorre distrarre gli astanti con movimenti appariscenti o, per i maghi più bravi, quelli incuriosenti, quelli che sembrano proprio “colpevoli” di trucco, come lo sono gli alibi nei delitti, ma che invece sono furbescamente fatti apposta per distrarre ancora di più, perché sono le mosse che chiedono “sono colpevole?”, e mentre ti affanni a trovare la risposta il tuo cervello si “occupa” molto, ma soprattutto “d’altro”. Appunto.
Ma non è solo la televisione un’arma di distrazione di massa. Lo possono essere la radio, i giornali, le bombe, le raccolte di firme, i teleton, le daddario e gli appartamentini a Montecarlo.

 

Edoardo FleischnerEdoardo Fleischner vive e lavora a Milano. È saggista, esperto multimediale e docente di “Metodi e tecniche della comunicazione” presso l’Università Statale di Milano.

 


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