La cronaca nera in Gran Bretagna? Oggi ce la racconta Sergio Dogliani

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Sergio Dogliani

 

 

Dogliani, tu hai una posizione da un osservatorio davvero speciale: sei un manager degli Idea Store di Londra, le biblioteche comunali dai contorni modernissimi, preziosi luoghi d’incontro non soltanto per leggere ma anche per “aggregarsi”. Puoi captare i gusti letterari del pubblico lettore, capire che cosa accade nel mondo dei lettori e anche in quello degli scrittori. Ti chiedo se sia un fenomeno in crescita la lettura del genere noir in Inghilterra. E se, anche dall’altra parte, cioè dal versante degli scrittori, sia in aumento la pubblicazione di romanzi di genere noir da parte degli scrittori inglesi.

In Gran Bretagna il genere noir va forte da molto tempo. C’è una grande tradizione per questo genere letterario, con nomi tipo Conan Doyle, Chesterton e, naturalmente, Agatha Christie tra i classici. Oltre a questi autori si leggono molto anche gli scrittori americani, sia i classici Chandler, Hammett e Cain, sia i più recenti Michael Connelly, George Pelecanos, Patricia Cornwell e James Ellroy. Ultimamente il successo è stato riservato anche a diversi autori noir scandinavi, primo fra tutti Stieg Larsson.

Come viene trattata, in generale, la cronaca nera da parte dei programmi televisivi inglesi? Puoi raccontarci qualche esempio che ti sembra più eloquente per tracciare un identikit “all’inglese”?

Nei telegiornali la cronaca nera viene trattata spesso. Talvolta è difficile capire il motivo per cui una maggiore attenzione viene rivolta ad alcuni casi piuttosto che ad altri, forse si tratta solo di una questione di spazio editoriale concesso dai diversi direttori in rapporto alle altre notizie del giorno. Tipicamente le notizie di cronaca vengono analizzate nei minimi particolari, a volte anche con ricostruzioni abbastanza complesse e dettagliate a proposito della dinamica dei fatti, seguita da analisi di esperti e criminologi. Tra i casi più recenti, negli ultimi anni si è parlato molto della vicenda dei coniugi Mc Cann, la cui figlia Madeleine, di tre anni, è scomparsa inspiegabilmente dal loro appartamento nel 2007 durante una vacanza in Portogallo.  Probabilmente questa vicenda aveva tutti gli ingredienti per sollevare l’interesse della gente: una famiglia britannica in vacanza all’estero (situazione comune a molti); la tragedia che arriva proprio durante una vacanza, un momento di massima spensieratezza; lo scontro di due culture, con due sistemi giudiziari, quello britannico e quello portoghese, molto diversi. Ma poi anche il sospetto che il rapimento fosse stato messo in scena dai genitori stessi per mascherare la morte accidentale della figlia, o le prese di posizione di chi non credeva nella sincerità di questa ‘famiglia perfettà, molto agiata e fotogenica, e chi addirittura colpevolizzava i McCann semplicemente per il loro stile di vita.

Credi che il mondo della lettura sia strettamente connesso, in modo particolare, a quello della televisione? Sto pensando all’Italia: gli scaffali delle librerie italiane sono molto affollate dai volumi di una certa “saggistica nera”. Questo mi fa pensare che si tratti di un universo editoriale che funziona bene. Che la gente compra, insomma. E penso che il successo si nutra anche dell’effetto-tv: molti lettori si muovono sulla scia di ciò che vedono sullo schermo della propria televisione. Anche in Inghilterra accade questo?

Anche in Gran Bretagna c’è un notevole mercato di “true crime” (saggistica nera), tutti gli anni escono molti titoli e noi ad Idea Store non possiamo ignorarli – infatti ne abbiamo una collezione notevole.
Di solito questi titoli non hanno bisogno di molta promozione o di particolare esposizione, il tipo di pubblico che li cerca sa dove trovarli.  Sembra anche che chi legge questo genere di libri lo fa perchè apprezza il fatto che siano delle storie vere (seppur di qualità variabile), e non legge altrettanto volentieri storie su simili tematiche se sono opere di narrativa.  Gli Idea Stores si trovano nella zona dell’East End di Londra, un quartiere tradizionalmente disagiato a ridosso della City, che ha una certa reputazione per la piccola criminalità.  È qui, per esempio, che si è fatta un nome tra gli anni ’50 e i ‘60 la banda dei Kray brothers, due fratelli gemelli che sono partiti dal mondo dei locali notturni e del circuito della boxe locale, per affermarsi come temutissimi gangster.
Nel corso del tempo le loro imprese sono diventate quasi mitiche, ma in effetti, a ben guardare, si trattava di vicende complessivamente piuttosto modeste rispetto ad altri esempi di criminalità organizzata internazionale. Ron e Reggie Kray sono stati battezzati, in modo quasi paternalistico, i ‘padrinì dell’East End, e a loro modo sono diventati delle celebrità nella Londra di 50 anni fa, vantandosi di frequentare personaggi come Frank Sinatra e Judy Garland.
Reggie è poi morto in galera nel 1995, seguito nel 2000 da Ron. Io ricordo il funerale di quest’ultimo, un giorno mentre andavo nel mio ufficio nel loro quartiere di nascita: centinaia di persone , giovani e meno giovani, incuriositi da un corteo con un fastosissimo carro funebre trainato da cavalli: un’immagine di altri tempi.
I Krays hanno lasciato una notevole eredità nella saggistica nera, non attraverso materiale scritto da loro, ma attraverso libri scritti da una lunga sfilza di varie persone in qualche modo collegate a loro: autisti, amanti, rivali, compagni di scuola..

Tentiamo di tracciare un profilo della cronaca nera in Inghilterra. Quali sono i casi che più ti hanno impressionato?  E quali i casi entrati più prepotentemente nella “quotidianità mediatica” inglese?

Negli ultimi anni i casi che hanno lasciato il segno sono quelli che hanno, come vittime, bambini o ragazzi: oltre ai Mc Cann, penso al doppio delitto di Soham, piccola cittadina fuori Cambridge dove due ragazzine sono state rapite e uccise dal bidello della loro scuola. Penso anche al caso di Jamie Bulger, ragazzino di tre  anni ucciso a Manchester da due ragazzi di dieci anni che lo avevano rapito sotto gli occhi della madre in un centro commerciale.
C’è poi il caso, ancora irrisolto, di Stephen Lawrence, un diciottenne liceale nero, ucciso alla fermata dell’autobus, molto probabilmente da un gruppo di giovani razzisti: una travagliata vicenda giudiziaria, che ha rivelato un preoccupante caso di ‘razzismo istituzionale’ tra le forze dell’ordine. Si è raccontato infatti che le forze dell’ordine, subito dopo il delitto, non si occuparono della vicenda in modo serio, perdendo così l’occasione di catturare i colpevoli.

È un fenomeno allarmante. Che cosa ti preoccupa? Troppa cronaca nera nella quotidianità o un certo “modo malato” di trattare l’argomento da parte dei media?

In tutti i casi citati la reazione tra la popolazione ha suscitato molto scalpore, al punto che non solo se ne sono occupati tutti i media per mesi e mesi, ma se ne è parlato moltissimo anche in Parlamento. Tutto questo ha portato anche ad alcuni cambiamenti nella legislatura (riguardo la protezione dei minori e attraverso nuove misure anti-razzismo), a dimostrare il fatto che a volte molta attenzione rivolta ai fatti di cronaca nera può avere dei risvolti positivi. Tra i lati negativi, invece, ho notato una vera e propria morbosità tra la popolazione, e atteggiamenti primitivi, con preoccupanti episodi durante i processi e fuori dal tribunale dove, se non fosse stato per le forze dell’ordine, ci sarebbero stati casi di linciaggio.

Come si comporta la popolazione di fronte a una certa morbosità? Diventa a sua volta morbosa nel seguire le vicende?

C’è sicuramente morbosità da parte dei media – TV e stampa – che sembrano alimentare un certo voyeurismo. Bisogna tenere presente anche che questi casi sono trattati in modo approfondito dai giornali tabloid, con testate tipo “The Sun”, “The Daily Mail” e “The Daily Star”, dal prezzo bassissimo (20 pence rispetto a una sterlina del “Times”), e tirature elevatissime (oltre tre milioni di copie al giorno in alcuni casi).
I reportage di questo tipo sembrano soddisfino il  bisogno di notizie ‘usa-e-getta’, e questo avviene in tutte le classi sociali. Tra i giornali considerati più ‘serì, come il “Times”, il “Guardian” e il “Daily Telegraph”, solo l’Independent riesce a tenere le distanze da un approccio sensazionalista alla notizia. Altri, in un modo o nell’altro, riescono spesso ad aggiungere aspetti e dettagli che non sempre aggiungono molto alla notizia di per sé.

Per concludere con un sorriso, e senza una domanda finale, vorrei soltanto raccontarti questo: tempo fa Woody Allen confessò di aver voluto fare seriamente, da giovane, il mestiere del giornalista. Disse che avrebbe voluto seguire la cronaca nera, gli omicidi, i processi. E aggiunse: “Il mio desiderio era scrivere crime stories per essere il più vicino possibile alla vita reale e ai suoi drammi”.


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