Lo squartatore di Altanta: storia di un serial killer d’altri tempi

squartatore atlantadi Olga Merli direzione@calasandra.it

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09 luglio 2013

U.S.A. Stato della Georgia
Gennaio 1911
Per le strade della città di Atlanta, si aggirava un’ombra misteriosa ed inquietante. La sua mano feroce lasciò sul selciato una lunga scia di sangue. Era la mano di uno spietato assassino che, a distanza di un secolo, resta ancora senza nome.

Sette mesi di terrore che  rimasero impressi nella memoria storica della città. Sette  donne. Tutte di colore. Uccise ad intervalli regolari, tra il mese di gennaio e quello di luglio del 1911. Poi quella macabra cadenza temporale si arrestò, nonostante il ritrovamento di altri corpi senza vita, per i quali non verrà identificato alcun colpevole.

Questa è la storia di un serial killer restato nell’ombra. Queste sono le gesta del famigerato “The Atlanta Ripper”. Lo “squartatore di Atlanta”, così venne ribattezzato dalle cronache dell’epoca, tendeva i suoi agguati di notte. Per prima cosa neutralizzava le vittime, riducendole in stato di incoscienza dopo averle violentemente tramortite; poi, con perizia “quasi professionale”, gli incideva la gola con un taglio netto e preciso. I quotidiani dell’epoca raccontarono con dovizia di particolari, gli agghiaccianti omicidi, riassumendo in maniera particolareggiata le sanguinose sequenze degli agguati.

La prima donna, almeno in apparenza, a soccombere sotto la lama affilatissima di quell’impietoso pugnale, fu la trentacinquenne Rosa Trice. Era la notte del 22 gennaio 1911. Il suo cadavere fu rinvenuto a meno di un chilometro dalla sua abitazione, a Gardner Street. Le condizioni del corpo erano terrificanti. Si disse che le era stata recisa la gola da “orecchio a orecchio” e la testa appariva schiacciata, presumibilmente, da un masso o comunque da una pietra molto pesante. Per quell’omicidio venne arrestato e immediatamente incarcerato il marito della giovane donna, John Trice. Gli investigatori, comunque, dovettero ben presto rilasciarlo, in quanto non emersero indizi rilevanti tali da giustificarne la detenzione.

lo squartatore di atlantaA meno di due settimane di distanza un altro cadavere femminile venne rinvenuto per le strade della città, gettando nel panico l’intera comunità di Atlanta. Lucinda Mcneal fu trovata priva di vita il 3 febbraio 1911, con la gola squarciata da un rasoio, nei pressi di Spencer Street, al civico 92. Per questo omicidio, al contrario di quello precedente, la polizia fu certa di avere individuato il responsabile. Charles Mcneal, marito della vittima, secondo la ricostruzione degli inquirenti aveva assalito la donna alle 3.30 di notte, dopo essere rincasato completamente ubriaco. Il delitto, sempre secondo la versione ufficiale, sarebbe stato soltanto l’apice di una lunga serie di dissidi familiari, culminati con l’aggressione mortale. Il rasoio utilizzato per l’aggressione venne ritrovato con il manico spezzato a causa della forza impiegata dall’assassino, che dovette sostituire l’arma con un coltello a serramanico per finire la vittima.  Ironicamente, anche questa lama si spezzò, come riportato dalle testimonianza oculare dei vicini di casa che accusarono il marito della giovane e lo bloccarono, dopo averlo inseguito, quando ormai per Lucinda Mcneal non c’era più niente da fare.

Il Grant Park, la riserva naturale che sorgeva nel cuore della città di Atlanta, fu teatro di un altro sconvolgente omicidio. Una donna di colore, dall’apparente età di vent’anni e dall’identità che tutt’ora resta sconosciuta,venne ritrovata priva di vita con uno squarcio all’altezza della gola e la testa spaccata da un oggetto mai identificato né rinvenuto. Le indagini in questo caso si arenarono subito, in quanto era stato impossibile persino procedere ad una identificazione certa della vittima.

Il 30 maggio 1911 il“The Atlanta Constitution”, quotidiano molto seguito in città, riportava la notizia dell’ennesimo orribile delitto. Due giorni prima era stato trovato, nei pressi di Garibaldi Street, a pochi passi dalla sua casa, il cadavere di un’altra donna, Belle Walker, cuoca di appena ventitre anni.

Non si era ancora spento l’eco mediatico su questa vicenda, che la mano sconosciuta dell’assassino tornò a colpire, per ben due volte nello stesso mese. Il 15 giugno trovò la morte al numero 30 di Selamn Street, Addie Watts. Stessa tipologia di vittima, stesso copione: la gola tagliata e nessun testimone. Dodici giorni dopo, la medesima sorte toccò a Lizzie Watkins, trovata cadavere il 27 giugno 1911 a West Oakland Street, nascosta all’interno di un cespuglio.  Il modus operandi dell’assassino si era ripetuto inevitabilmente come nella sequenza di un film dell’orrore, lasciando per le strade di Atlanta le testimonianze senza voce del suo excursus omicidiario, divenuto ormai inarrestabile.

La sera del 2 luglio 1911 Emma Lou Sharpe era a casa e aspettava la madre che era uscita per sbrigare delle commissioni e per recarsi in un negozio poco distante dall’abitazione. Non vedendola rientrare si preoccupò molto e uscì per cercarla. Arrivata al supermarket dove la madre era solita fare la spesa, si rese subito conto che nessuno aveva visto la donna quella sera. Decise di tornare a casa, ma durante il breve tragitto venne avvicinata da un uomo di colore, dalla corporatura robusta e dalla notevole altezza, che la fermò con una scusa. La donna, spaventata anche dal fatto che lo sconosciuto avesse un cappello a falde larghe che gli copriva parzialmente il viso, tentò di fuggire ma venne inseguita e raggiunta.

L’uomo sferrò alcuni fendenti alla schiena della vittima, che iniziò ad urlare selvaggiamente attirando l’attenzione di alcuni abitanti della zona. L’uomo venne rincorso ma scomparve nell’oscurità. Emma Lou Sharpe si salvò, nonostante la tremenda aggressione subita. Ma per sua madre, Lena Sharp, scomparsa ormai da molte ore, il destino aveva avuto in serbo qualcosa di diverso. Il suo corpo straziato e con la gola tagliata orribilmente fu trovato nei pressi di Hanover Street, di fronte al civico 24.

L’8 luglio 1911 un’altra giovane donna ebbe un incontro simile  a quello di Emma Lou Sharp, con il presunto “squartatore” di Atlanta; l’episodio ebbe come protagonista Mary Yedell, 22 anni, di professione cuoca. Mentre stava recandosi al lavoro, a pochi passi dal locale, venne avvicinata da un uomo di colore, la cui descrizione collimava per molti versi con quella fornita dalla sopravvissuta Emma Lou Sharp.  La giovane riuscì a divincolarsi dalle minacciose attenzioni dello sconosciuto e a fuggire per allertare il suo datore di lavoro il quale partì all’inseguimento di quell’uomo che, nel frattempo, aveva fatto perdere le sue tracce.

Sadie Hollis stava attraversando Gardner Street per tornare a casa quando divenne, suo malgrado,  l’ennesima vittima dello “ Squartatore di Atlanta”. La gola tagliata di netto e numerose lesioni d’arma bianca sul corpo martoriato furono la firma dell’inafferrabile assassino. Il 10 luglio 1911, alle sette del mattino, un operaio, Will Broglin, che si stava recando al lavoro nei pressi di Gardner Street, notò sul selciato della strada delle strane tracce che gli fecero subito pensare ai segni di una colluttazione avvenuta da poco. Seguì le anomale striature nella polvere e trovò il corpo senza vita della Hollis. Il cadavere, orribilmente sfigurato, oltre alle ferite descritte in precedenza presentava la testa completamente schiacciata. Particolare inquietante: alla donna erano state tolte le scarpe, che non furono mai ritrovate. In un secondo momento, nel campo adiacente al luogo del delitto venne rinvenuta una grossa pietra macchiata di sangue. Gli inquirenti ritennero che fosse stata usata dall’assassino per comprimere la testa della giovane donna.

La città era nel caos. Contemporaneamente ai terribili omicidi, Atlanta, in quel periodo era tenuta in scacco da una banda di malviventi che seminava il terrore, irrompendo nelle abitazioni per perpetrare furti, talvolta aggredendo anche i proprietari delle case che sfortunatamente si trovavano all’interno al momento dell’irruzione.

lo squartatore di atlantaLa polizia si trovò a dover investigare su un doppio fronte. Da una parte le pressioni della comunità di colore, vittima ingiustificata di una tremenda carneficina. Dall’altra, la collettività dei bianchi che si sentiva minacciata dagli eventi criminosi e dalle rapine che non rendevano più sicura la città. L’unica dichiarazione che gli inquirenti rilasciarono ai giornalisti che chiedevano notizie certe, fu un laconico “non luogo a procedere” sui cinque sospettati che, nel corso delle indagine degli ultimi mesi, erano stati eletti a presunto “Jack the Ripper”di Atlanta.

La lista dei loro nomi venne divulgata. Così uscirono dalla scena, definitivamente, Todd Henderson,  ritenuto non colpevole dei delitti inizialmente a lui contestati, ed Henry Brown, Charlie Owens, J. However e John Daniel, perché nonostante il loro arresto gli omicidi dello squartatore continuarono impunemente.

La ricerca dello spietato assassino, da parte della polizia, proseguiva senza produrre alcun esito soddisfacente. La comunità di colore decise di muoversi per proprio conto chiedendo, attraverso un’istanza all’avanguardia per l’epoca, di coinvolgere nell’indagine personale di colore che potesse coadiuvare la polizia nella cattura dello squartatore. Un gruppo di quindici pastori della congregazione Battista della città, oltre a quattro illustri cittadini non di colore, firmarono una petizione diretta al Sindaco e al Governatore dello stato della Georgia, con l’elenco di tutte le morti sospette che stavano insanguinando Atlanta, dove veniva offerta una grossa ricompensa a chi fornisse elementi utili all’arresto del ormai famoso assassino.

Tra l’altro nell’anno precedente, alcune donne, a partire dal marzo 1910 e con cadenza mensile, erano state uccise da una mano restata ugualmente sconosciuta. Tutte erano cadute sotto i colpi di un’arma da fuoco non meglio identificata. Anche in quel caso a essere colpita, era stata la comunità nera, della quale le giovani facevano parte.

Degli omicidi venne stilata soltanto una lista; non fu redatta alcuna classificazione dei delitti, né recuperate informazioni sulle vittime. Sterile inchiostro su un foglio che non favorì la ricerca della verità ma che alimentò soltanto la graduatoria degli omicidi rimasti irrisolti, in quegli anni, ad Atlanta.

Dopo l’ultimo omicidio avvenuto il 10 luglio 1911 due detectives della polizia, Coker e McGill, che seguivano il caso ormai da tempo, trassero in arresto un operaio di colore di 27 anni, Henry Huff, residente in città. Gli investigatori erano convinti che ci fosse una connessione tra l’omicidio di Sadie Hollis e il rinvenimento a casa del sospetto di un paio di pantaloni completamente inzuppati di sangue e terra. L’uomo non fece resistenza all’arresto che avvenne nella sua abitazione di Brotherton Street. Si cercarono delle testimonianze che potessero accreditare la tesi che Huff avesse avuto un incontro con la Hollis, proprio la notte del 10 luglio e che fosse proprio della vittima la sostanza ematica trovata sui pantaloni dell’indagato. Ma nonostante l’ipotesi degli inquirenti potesse essere suffragata dall’evidente coincidenza del ritrovamento dei reperti sporchi di sangue, non si riuscì a dimostrare con certezza la colpevolezza di Henry Duff, che venne in seguito rilasciato per mancanza di prove schiaccianti.

Lo “Squartatore di Atlanta” è restato senza un nome né un volto. Le sue vittime, a distanza di un secolo, non hanno avuto ancora giustizia.

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