Yara, condanna Bossetti: ecco perché il Dna tiene. Tutto quello che non vi hanno spiegato bene.

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C’è una cosa incredibile nel processo a Bossetti. Che ci sono stati due film diversi: uno era il racconto del processo e di quello che stava accadendo (promosso dalla difesa e da tanti media). Un altro è ciò che è davvero successo nell’aula 64 del Tribunale di Brescia e nelle carte del dibattimento. Mai come nel processo Bossetti la realtà dei fatti è stata infatti così potentemente travisata e raccontata sottosopra, consapevolmente o per ignoranza, fino a inclinare in un altro modo l’inerzia del processo: dalla prevalenza di colpevolisti in Assise a quella di dubbiosi e innocentisti in Appello. Qui vi spieghiamo perché è successo: lo facciamo insieme a una delle migliori genetiste italiane, Marina Baldi, protagonista di tanti processi importanti (Parolisi, il delitto dell’Olgiata, il massacro del Circeo e altri ancora).

Premessa. Tutto si è giocato sul dna. Le celle telefoniche non dimostrano che Bossetti era davanti alla palestra di via Locatelli quella sera, né mai avrebbero potuto farlo. Le sferette di metallo sugli abiti di Yara sono un indizio. Idem le particelle di calce, le fibre tessili, le ricerche porno sul web. Le foto del furgone sono un indizio grave, ma non una prova.

dueE togliamo subito di mezzo i fuochi d’artificio della foto satellitare, che abbiamo già smontato. D’altronde, i volontari che facevano le battute di ricerca non entrarono nel campo: lo videro da fuori. Neanche dal cielo si vedeva, il corpo, perché era indistinguibile dalla quota di sorvolo degli elicotteri. E dalle foto di sopralluogo si capisce bene che nemmeno a un metro si distingueva. Quindi è sempre stato lì, stop. Poi certo, Bossetti non ha alibi e tornò tardi. Lui dice di non ricordarsi dov’era, quando invece si ricorda benissimo che quel 26 novembre aveva il telefono scarico; che aveva incrociato una persona e salutato col clacson, che c’era nevischio. Ma il vero snodo era e resta il dna. Vediamo allora il film raccontato in questi mesi e il film che è stato proiettato in aula, quello reale.

  1. Il mitocondriale non torna col nucleare: c’è stata una contaminazione.  La difesa attacca le analisi sul dna nucleare, che è stato esaminato solo dai Ris. Bene. Diciamo che c’è stata una contaminazione. Ma le analisi dei Ris sono state fatte a mesi di distanza l’una dall’altra, perché i 31.926 prelievi sono stati effettuati in tempi diversi. Il dna di Bossetti ha messo 4 anni per entrare nei laboratori, prima nessuno sapeva che lui esistesse. Il primo prelievo del dna a Bossetti, quello con l’alcoltest, così come l’altro dopo l’arresto, sono stati svolti a Pavia dal dottor Previderè; e non dai Ris. Dottoressa Baldi, quante probabilità ci sono, statisticamente, che tutte queste analisi diverse compissero lo stesso errore e cioè indicare Bossetti?  “Nessuna. La probabilità che sia di un’altra persona ha dato un numero maggiore della popolazione mondiale del pianeta”.
  2. Ok, ma è comunque impossibile che non ci sia il mitocondriale di Bossetti. E invece no. Se studiate la faccenda senza fette di prosciutto sugli occhi, vi accorgerete che è possibile. “Innanzitutto va detto che ci sono tante variabili, ogni caso fa storia a sé, non è che c’è una regola universale. Visto il tempo di esposizione all’aperto del dna, c’è una degradazione che non aiuta. Nei campioni c’è sempre una quota elevata di dna nucleare di Yara e minoritaria di Ignoto 1. La degradazione le ha aggredite entrambe allo stesso modo, ma è chiaro che ha mangiato, ridotto percentualmente di più, la minoritaria e quindi anche il mitocondriale di Ignoto 1”. Ecco, ma è vero che il numero dei mitocondri varia da tessuto a tessuto, da individuo a individuo, e anche all’interno dello stesso tessuto? “Certo. Per tutti questi motivi quelli di Yara potrebbero aver coperto benissimo quello di Ignoto 1, rendendone più difficile la lettura. Incide anche la presenza di fluidi organici del cadavere. Se troviamo più nucleare di Yara è anche perché il cadavere tra liquidi putrefattivi e perdita di sangue ha alimentato maggiormente la traccia”. La faccenda ha davvero molte variabili… “Il punto vero è che è sconsigliato fare il mitocondriale in tracce miste: può portare a risultati sballati”. Che ci siano tante spiegazioni scientifiche a questo tipo di situazione lo ha detto anche Sarah Gino (consulente della difesa) in udienza, anche perché la ricerca sull’estrazione del mitocondriale è molto più indietro di quella sul nucleare. E poi il mitocondriale non ha, ripetiamolo, valore legale per identificare una persona e non si producono nemmeno più i kit per estrarlo: è una cosa lunga e complicata.
  3. Ma il dna non può resistere 3 mesi all’aperto! E chi lo dice? Ripeto: lo stato di conservazione di una traccia biologica va valutato di volta in volta. Ad esempio, la traccia mista Yara-Ignoto 1 era sulla schiena, quindi non esposta agli agenti atmosferici. Se nessun dna può resistere all’aperto, allora sul cadavere, poi, non doveva esserci nemmeno quello di Yara stessa. O no?
  4. E’ stato negato il diritto alla difesa di assistere agli esami del dna. Questo è quello che dice la difesa. Forse dimentica che Ignoto 1 è stato analizzato prima di arrivare a Bossetti, quindi come potevano essere presenti i suoi consulenti se lui non era nemmeno indagato?
  5. Illustri genetisti italiani e stranieri hanno dubbi sul dna. Quali? Gli sbandierati Butler e Gill in realtà dicono cose generiche e non sono consulenti della difesa, come asserisce Salvagni. I consulenti della difesa non hanno fatto esami di laboratorio. La Gino non ha mai visionato neppure i dati grezzi del dna, e né lei né Marzio Capra hanno mai depositato una relazione scritta. Qualunque avvocato penalista sa cosa vuol dire: non si sono presi la responsabilità di farlo. Se fosse tutto così chiaro e semplice come sostengono i difensori, l’avrebbero fatto senza problemi. Usate la testa.
  6. I Ris hanno usato dei reagenti scaduti. Innanzitutto è successo per poche analisi e non per tutte, coma lascia sempre intendere maliziosamente Salvagni. “In realtà questo non inficia il risultato finale” dice Marina Baldi “la scadenza è messa dai produttori a fini commerciali, ma quando il materiale è alterato non è che il risultato è falsato: semplicemente non è leggibile”. Da un reagente scaduto non esce nessun nome.
  7. Sì, ma 71 risultati su 104 dicono che è Bossetti e 33 no! Facciamo ordine: tra ripetizioni degli esami e amplificazioni della traccia originale, il dna misto Yara-Ignoto 1 è stato analizzato 104 volte in totale. 71 volte è stato attribuibile a Bossetti, 33 volte ha dato tracciati non interpretabili o validabili. E’ normale? “Normalissimo, anzi! In questo caso troppe ce ne sono di tracce identificabili. Alle volte ne troviamo 1 sola di traccia validata e interpretata e questo è scientificamente e giuridicamente sufficiente per un giudizio di identità in un processo. Capita, che diversi risultati non siano interpretabili, per tanti motivi. Poi, quei 33 non è che sono di un altro…”.

treAvete capito? Il dna è rimasto oscuro solo perché parte della stampa non si è avventurata a spiegarvelo bene e perché le interviste o dichiarazioni dell’irruento Salvagni sono rimaste, spesso, prive di reale contraddittorio, anche per impreparazione dei giornalisti. D’altronde, la parte civile ha scelto di non essere mediatica ma appartata e così ecco che l’opinione pubblica ha sentito una campana sola. Così, a forza di ripetere che Bossetti è innocente, che il dna è sbagliato, ecco che molta gente o se ne è convinta o si è fatta venire dei dubbi, alimentata anche da una conoscenza frettolosa e disimpegnata di notizie sentite al volo in tv o lette al volo sui social. E poi, certi giornalisti hanno trovato eccitante dare spazio alla tesi della difesa. Montando l’errore giudiziario si creava la notizia. Notizia che non c’era.

Ma tutto questo era già nelle carte dell’Assise. E’ nelle carte dell’Appello. Ecco perché ci sono stati due film diversi, molto diversi. Quello reale, quello raccontato su certi media. Non servono altre analisi.

La sentenza d’Appello non è, insomma, come dice Salvagni, una “sconfitta del diritto”: è una vittoria del diritto, del buon senso e della Giustizia. Per Yara e per tutti noi.

di Fabio Sanvitale


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