Yara: cortine di fumo sul processo a Bossetti

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Ma davvero i due super-consulenti genetisti e una foto satellitare possono mettere la parola fine al processo d’appello a Bossetti? Noi di CN abbiamo scavato un po’ e abbiamo scoperto di no. Anzi, tutto questo è usato come cortina di fumo dalla difesa. Vi spieghiamo meglio.

Partiamo dal fatto che nessuno dei due genetisti di cui si parla – nè Peter Gill nè John Butler – è consulente della difesa. Nessun incarico è stato loro assegnato, a dispetto di quanto scritto sulla stampa. E infatti nell’aula della Corte d’Appello non ci sono. Mai venuti. Sia Gill che Butler sono due files, in questo processo. Quello di Gill non è nemmeno una relazione tecnica sul caso Gambirasio, ma un discorso generico sul dna a bassa concentrazione e sul mitocondriale. Attenzione! Niente sul caso, non esiste una relazione specifica di Gill. Dio solo sa se ha davvero visto le carte del processo. La sua relazione è stata acclusa ai motivi di appello, ma è una relazione così, in generale, non qualcosa che analizza nello specifico il caso Gambirasio. E’ come se fosse l’intervento per un convegno, interessante ma del tutto generico. Gill è davvero un luminare della materia, ma capite da soli che messo così, nel processo, anche un luminare vale come il due di coppe a briscola.

La cosa strana è che in altre occasioni, sulla stampa, il genetista aveva sostenuto che la questione dna mitocondriale-dna nucleare avrebbe dovuto essere oggetto di spiegazioni da parte della Corte. Ma, mentre leggete questo articolo, conta solo quello che la difesa ha saputo produrre in sede di dibattimento: e se, di suo, tutto quello che ha messo agli atti è quello che vi abbiamo descritto, il suo intervento è totalmente ininfluente.

Poi c’è l’altro genetista, John Butler: ma anche qui, se tutto quello che di lui si produce è una mail a metà processo, l’effetto è ininfluente. Non è possibile introdurre elementi di prova, nuovi, nel dibattimento di un processo d’appello e quindi la Corte ha già chiarito che non esaminerà la mail di Butler.

Infine, la foto satellitare. Nell’udienza di lunedì scorso ci sono state scintille tra difesa e parte civile (l’avvocato Pezzotta l’ha definita “tarocchissima“). Sapete come la pensiamo sulla foto, l’abbiamo esaminata accuratamente qui. Abbiamo approfondito la questione e verificato che è davvero l’unica foto satellitare del campo di Chignolo d’Isola dove Yara fu ritrovata. Non ce ne sono altre, tra giorno della scomparsa e del ritrovamento. Salvagni, avvocato di Bossetti, ha addirittura evocato il complotto, dicendo che la Procura era a conoscenza della foto ma non l’aveva mai prodotta. E per forza. Certo che ne era a conoscenza, l’hanno verificata anni fa, mica ci sono arrivati adesso come la difesa. Ma sono giunti alla stessa nostra conclusione: quella foto molto difficilmente può provare la presenza o assenza di Yara.  La foto satellitare non è in grado di aiutare con certezza né l’accusa né la difesa: Yara non si vede in viso, Yara in quella foto sono tre quadratini e dire che c’è o no dipende tutto dal loro colore. Bianchi o neri? E’ una prova certa? Dite voi.

Quanto al fatto che nessuno abbia visto il cadavere quando le ricerche dei volontari setacciarono il campo, beh, prima dovreste sapere come fu fatta la ricerca. Con tanta buona volontà, ma col metodo sbagliato. Quando si setaccia un campo, un bosco, si procede “shoulder to shoulder”, spalla a spalla. Nella foto sotto vedete invece i volontari di Yara.

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Quel disordinato procedere, unito alla vegetazione del campo che a un metro e mezzo non faceva vedere nulla (lo dice Ilario Scotti, che ritrovò Yara) hanno fatto sì che l’abbiano sfiorata senza trovarla.

Quando le cortine si fumo si diradano, resta il processo. Domani ultima udienza. La sentenza si avvicina: 17 luglio.

di Fabio Sanvitale

 


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