14 cose che non immagini nemmeno sulle carceri italiane

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Qual è il carcere più piccolo d’Italia? I detenuti possono andare in ferie? Esiste davvero un carcere con dentro un ristorante aperto a tutti? E ancora, perché le divise dei carcerati erano a strisce? Che ci fanno dei bambini dietro le sbarre? Se è vero che il mondo delle 191 carceri italiane non è solo statistica ma anche storia e umanità, eccovi le 14 cose che non sapete su di loro.

1. Dove ce ne sono di più? In Sicilia, ben 23 carceri. La Val d’Aosta ne ha uno solo, invece.

2. Da dove vieni? Su 54.653 reclusi, 18.621 sono stranieri di cui 3.283 marocchini, 2.429 albanesi, 2.720 rumeni, 1.998 tunisini. E fin qui… Ma ci dovete spiegare cosa ci fanno dentro, da noi, anche 1 finlandese, 1 norvegese, 1 islandese, 1 vietnamita e un abitante dell’ Isola delle Marianne.

3. Bambini dietro le sbarre. Se una donna partorisce in carcere, ha diritto a tenere con sé il figlio fino al compimento del  sesto anno (legge 62/2011). Ecco allora che nelle sezioni femminili di alcuni istituti, ci sono 33 madri detenute con 37 bambini, per la maggior parte straniere. Dal 2006 sono operativi gli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (ICAM), strutture che non ricordano il carcere, ma accoglienti e più a misura di bambino.

4. La divisa a strisce. Beh, aveva uno scopo ben preciso. Serviva per rendere i carcerati più riconoscibili in caso di evasione. E’ stata usata nelle nostre prigioni fino al 1951.

5. Il più grande e il più piccolo. Poggioreale è l’istituto con la capienza maggiore: 1611 unità. Grosseto, il più piccolo: appena 15 posti.

6. Tutt’un altro carcere. Il Codice Rocco, entrato in vigore in pieno regime fascista, è ancora vigente nel nostro Paese. Le riforme intervenute sino ad oggi, ne hanno temperato gli elementi più duri. Ad esempio, erano vietati e puniti: i reclami collettivi, bestemmiare, avere carte da gioco, cantare, riposarsi in branda senza essere malati, rifiutarsi di andare a messa, possedere un ago. Le punizioni andavano dall’ammonizione alle celle d’isolamento mentre le sanzioni prevedevano il divieto di fumare, scrivere, lavarsi, radersi per alcuni giorni. Erano inoltre previsti l’interruzione dei colloqui, la sottrazione del pagliericcio, il letto di contenzione, la camicia di forza e la cella ‘imbottita’. Un altro mondo. E per fortuna che c’erano già stati dei miglioramenti! La Commissione Persico nel 1951 aveva abolito l’isolamento diurno, la divisa,  la chiamata per numero di matricola, l’obbligo del silenzio e del taglio di barba e capelli. E aveva dato alle donne il permesso di fumare.

7. Dove andava il detenuto morto? Fino al 1951 il suo cadavere veniva consegnato ai laboratori di anatomia per far esercitare i futuri medici. Oggi viene restituito alle famiglie.

8. Basta! Vado in ferie! Non ci crederete, ma è così. Il diritto alle ferie del detenuto lavoratore è stato riconosciuto dalla Corte Costituzionale con sentenza 10-22 maggio 2001, n. 158. A sollevare la questione dinanzi alla Consulta è stato, nel maggio del ’99, il giudice di sorveglianza di Agrigento su reclamo di un detenuto che faceva l’addetto alle pulizie all’interno dell’istituto e che chiedeva, appunto, di godere delle ferie per riposarsi. I giudici hanno affermato che  (…) compromesso sarebbe anche l’art. 27, terzo comma, Cost., in quanto negare al detenuto che svolge attività lavorativa all’interno dell’Istituto penitenziario il diritto ad usufruire di un periodo continuativo di riposo, rende il lavoro penitenziario sicuramente più afflittivo e, quindi, impedisce allo stesso di svolgere la sua funzione rieducativa”.

9. Dove stanno quelli dell’Isis? In Italia sono detenuti 44 jihadisti in regime di 41bis. Più della metà  in Sardegna, tra il Badu ‘e Carros di Nuoro, dove è stato riaperto il cosiddetto “braccetto della morte” (la sezione un tempo riservata ai brigatisti e ora ribattezzata As2, cioè alta sicurezza per terrorismo internazionale) e il Bacchiddu di Sassari dove, nell’aula bunker, si sta svolgendo il processo a 11 pakistani accusati della strage di Peshawar.

10. Metti una sera in carcere. Dal 2005 trenta detenuti, affiancati a titolo gratuito da chef professionisti, sono coinvolti in un progetto di professionalizzazione nel campo della ristorazione nel carcere di Volterra. Il ristorante, le cui aperture seguono un calendario particolare, è stato aperto nella cappella della fortezza medicea che ospita la Casa di Reclusione. Lo stesso accade a Bollate e al Lorusso e Cutugno di Torino .

11.Carcere vaticano. Le tre piccole celle aperte nel 1929 sono state chiuse nel 1955 a causa del loro scarso utilizzo. Da allora, i detenuti vengono trattenuti nel quartiere generale della Gendarmeria. Talmente piccole, quelle celle, dice  Paolo Gabriele, l’ex maggiordomo di Benedetto XVI arrestato per lo scandalo Vatileaks, da non poter neanche stendere le gambe.

12.A San Marino si mangia bene. Sede di un ex convento cinquecentesco, l’istituto ha due celle per la sezione femminile e sei per quella maschile. Dal 2008 ad oggi hanno ospitato una media di due persone all’anno. Grazie a una convenzione del 1980, è il vicino ristorante a preparare i pasti per i detenuti.

13. Diritto di sciopero. Al detenuto lavoratore è riconosciuto il diritto di sciopero in quanto l’unica differenza tra lavoro penitenziario all’esterno e lavoro libero è nella particolare condizione soggettiva del lavoratore, dice la legge. Per cui, se un detenuto lavoratore aderisce a uno sciopero, se in semilibertà dovrà informare la direzione dell’istituto (e ottenere così una modifica del programma di trattamento penitenziario), mentre se è ammesso al lavoro esterno, l’astensione dal lavoro si svolgerà in carcere.

14.Il carcere verde di Gorgona. Il carcere dell’isola di Gorgona, nell’arcipelago toscano,  è stato trasformato in una struttura che persegue la riabilitazione del detenuto attraverso il lavoro agricolo. Attualmente ospita 60 detenuti impegnati nella coltivazione di orti e vigne, allevamento, produzione di miele e formaggi ed è l’ultima isola ad ospitare un carcere in Italia. Un progetto talmente particolare che deve essere proprio il detenuto a sceglierlo. Dal 2016, grazie a un’intesa tra Parco, Comune di Livorno e Carcere di Livorno, è possibile visitare l’isola non più su appuntamento ma con un battello che parte regolarmente dalla darsena di Livorno.

 di Lorena Piras e Fabio Sanvitale


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