La Comunità Educante con i Carcerati, dove si abbatte il tasso di recidiva

Può esistere un luogo dove recuperare detenuti senza chiavi alle porte, senza sbarre alle finestre, con il cancello sempre aperto? Può; e funziona anche bene. Si chiama Comunità Educante con i Carcerati (quel “con” è la chiave di tutto) e ce ne sono diverse in Italia. Equiparate all’affidamento ai servizi sociali e non sostitutive della pena detentiva, nascono in Brasile. Da noi le ha importate don Benzi con la Comunità Papa Giovanni XXIII. La prima Comunità è stata aperta a Rimini 22 anni fa, poi sono venute Cattolica, Forlì, Vasto, Massa-Carrara, Cuneo. CN è andato a conoscere quella di Vasto, in Abruzzo che ospita 16 persone e 4 operatori, aperta da due anni.

È più importante la certezza della pena o la certezza del recupero? Come due facce della stessa medaglia, le due cose vanno insieme. Serve il carcere, ma serve cambiare il carcerato: sennò la galera è inutile. Quella delle Comunità non è una forma di sconto, ma di opportunità. Qui non serve saper fare a botte, essere furbo, sgamare gli sbirri. Qui serve sapersi aprire, amare i propri errori, mettersi in discussione, accettare le critiche senza dare la colpa al mondo. Non è facile per niente, se non l’hai mai fatto. E i risultati si vedono: il tasso di recidiva, che in Italia -secondo gli ultimi ma vecchi dati disponibili, del 2012 – è del 55%, crolla all’ 8% per chi è stato in Comunità. Morale della favola: per lo Stato (cioè per tutti noi) è un modello che conviene.

Franco Di Nucci, 55 anni, è il responsabile della Comunità di Vasto. Quanto dura il programma? Come sono selezionati quelli che ci arrivano?

Il programma è individuale, in base all’impegno, la motivazione, se svuoi svoltare, mettercela tutta, se sei svogliato o no. In genere la Comunità è l’ultima parte del percorso di recupero. Il tempo di permanenza varia da persona a persona, c’è chi è stato anche 18 mesi. Non è possibile che stai qui 5-6 mesi e qualcosa non attecchisce, un seme, qualcosa di diverso. Poi ognuno ha i suoi tempi. Non c’è preselezione da parte nostra: noi accogliamo. È l’area educativa del carcere che propone le persone”.  

E come si regge economicamente?

“Si regge coi miracoli: la casa è in comodato dal Vescovo che l’ha avuta per donazione. Una quota ci arriva dalla Comunità. Poi lavoriamo: raccogliamo l’ulivo, puliamo l’erba”.

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Il carcere serve, secondo te?

“Il carcere serve. Ma non ci interessa portare persone fuori, né a me fare il buono, mi interessa che non ci tornino più. A me non fanno pena quelli che vengono: hanno sbagliato, il carcere l’hanno scelto. E il carcere lo fa anche chi sta fuori, le famiglie, quando abbassano lo sguardo davanti a quelli che passano, ai vicini. Ma la galera da sola non basta perché, solo con la pena detentiva, le motivazioni che ti hanno spinto ritorneranno. Devi condividere il tuo dolore. Non è nemmeno il senso di colpa che ti salva, è la vergogna. Qui ti metti in discussione, c’è fiducia e questo fa cambiare, non il carcere”.

Alla persona che arriva si chiede di sottoscrivere su carta il proprio impegno. Curare l’igiene personale e dello spazio, partecipare alle attività, ai laboratori, agli incontri con psicologi ed educatori. Non possono gestire autonomamente soldi, cellulare e internet. Qualsiasi forma di violenza implica l’esclusione dal progetto, che prevede 4 fasi codificate e precise. E una serie di momenti. Quello del “resoconto giornaliero”, in cui si fissano su un quaderno tutte le emozioni e le reazioni nel rapporto con se stesso, gli altri e le attività, che verrà condiviso in gruppo: ed è qui che il lavoro si fa duro, per chi non è mai stato abituato a essere messo in discussione, per chi prima dava ordini, per chi ha passato tutta la vita a fuggire dalle responsabilità. Quando qualcuno ha qualcosa da dire di un altro compagno, del suo rapporto coi responsabili, coi familiari, col suo reato, lo deve fare scrivendo una relazione su di lui, che sarà pubblica: niente mormorii alle spalle. Condivisione. Poi, la “fraternità”, quando ogni persona della casa sceglie uno dei compagni che meno conosce e ci si confronta su come sta, cosa pensa di lui, com’è la sua famiglia, che aiuto cerca. Una tabella sul muro mostra il percorso di ognuno, i progressi; tutto trasparente. E quel cancello, che rimane sempre aperto: la prova forse più grande da superare.

“Sì, il cancello è sempre aperto, non ci sono telecamere” continua Franco “e non diamo punizioni per nessun motivo. Un mese qui costa 175 euro a persona, un giorno in carcere ne costa 280. Ridurre la recidiva, come vedi, riduce molto anche i costi”.

Qual è la sfida più difficile per i tuoi ospiti?

“E’ capire da dove viene la scelta sbagliata, che ha fatto nascere tutto. È quando ti presentano il conto di chi sei. I ragazzi si convincono sempre che la colpa è degli altri. E poi, anche, convincersi di non essere il proprio errore e quindi di poter cambiare. Da noi entra l’uomo e non il suo reato, come diceva don Benzi”.

Parlo con uno di questi uomini, P. Ha un forte accento siciliano e oggi fa 62 anni. “Sono qua da un anno e mezzo. Quando uscirò, andrò giù a casa mia. È una bella esperienza, questa. Ho trovato una bella famiglia, che non avevo fuori, delle degne persone che mi hanno aiutato”.

Che regole ha la Comunità?

“Qui abbiamo un limite, massimo 10 sigarette al giorno e 4 caffè al giorno; la tv solo alla sera; possiamo telefonare ma dobbiamo avere sempre il permesso. Queste sono le regole. Gestiamo la casa, facciamo dei lavoretti gratis. Penso che per qualcuno dei ragazzi sia abbastanza complicato, non superare quel cancello”.

La sua faccia è segnata come una vecchia cartina geografica. Da quanto tempo sei in giro per carceri?

 “Ho fatto 35 anni, ma non ho mai ammazzato nessuno. Ho camminato sempre da solo, nella mia vita”.

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Ecco R., 26 anni, di origine rom. “Mia madre è morta presto. Mio padre beveva, mi picchiava. Mi metteva rabbia. A 14 anni sono venuto in Italia. Entravo e uscivo dal carcere, sempre vita di strada, chiedevo l’elemosina, rubavo. Avevo un vuoto dentro di me che me lo riempivo con l’alcol, la droga, prostitute, con le situazioni che io pensavo che sto bene”.

Chi eri, a quel tempo?

“Avevo una moglie in Germania e un figlio. Ora ha 5 anni. Mi hanno arrestato che aveva un mese. Poi sono venuto in Comunità, per quasi due anni. Avevo 20 anni, ma non mi aprivo per niente con loro. Però avevo visto che quando stavo con loro sbagliavo e mi volevano bene lo stesso. Facevo cazzate, facevo a botte e mi volevano bene lo stesso. Invece fuori non era così, mi sentivo usato. Allora non ho avuto il coraggio di affrontare la mia situazione, di costruire, sono scappato. Con mia moglie e mio figlio… non ero abituato ad avere impegni. Mi serve tempo, ma so che un giorno farò qualcosa intorno a me. Mi farò amare da quelle persone”.

E poi?

“Ero sempre in contatto con Franco. Allora avevo sempre l’idea di ritornare. L’ho chiamato. Mi ero messo nei casini grossi, nel senso di spacciare la droga. Sapevo che io a certe persone, che stavano davvero messi male, gli davo cose che li facevano stare male. Poi la tensione di stare dalla mattina alla sera, ero spaventato. Avevo cominciato di usarla anche io e perché devo buttare la mia vita? Ora sono qui da un anno. Ora cerco di volermi bene”.

Com’è stare qui?

“Qui si preoccupano per me, mi danno responsabilità, mi vogliono bene, non mi mettono da parte. Ho visto che qui sto bene. Allora ho detto: questo è il posto per me. Mi sono più affezionato a questo posto che alla mia famiglia. Non ho una lira in tasca, ma mi sento sereno. Ho la possibilità di costruire qualcosa, non sono solo. Ho con chi posso condividere il mio peso. Questo percorso mi ha dato speranza di credere in me, di non sentirmi uno scarto”.

E adesso parti.

“Adesso mi hanno mandato nella Comunità di Forlì. Come posso io a deludere loro, adesso? Ora non voglio sbagliare, ho visto il loro amore”.

di Fabio Sanvitale

(immagine di copertina: grab da www.histonium.net)