Il delitto di via Poma: a che punto siamo? Prima parte

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cesaroni

di Daniele Spisso

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19 aprile 2012

Il processo d’Appello per il delitto di via Poma (l’assassinio di Simonetta Cesaroni, 7 agosto 1990) è già arrivato quasi alla sua conclusione: la sentenza di secondo grado è attesa per fine aprile, massimo gli inizi di maggio. E c’è da parte di molti la sensazione che potrebbe essere ribaltato il verdetto della Corte d’Assise del 26 gennaio 2011 (la sentenza che condannò l’imputato Raniero Busco a 24 anni di reclusione per omicidio volontario aggravato dalla crudeltà).

Sembra quasi che i mass media se lo augurino questo ribaltamento, in un certo senso: da quando ha avuto inizio l’iter giudiziario a carico di Raniero Busco, non c’è stato un solo organo d’informazione che ha cercato di effettuare e divulgare una analisi approfondita dei dati che componevano il quadro accusatorio emerso a carico dell’imputato. E nel momento in cui furono illustrate al dibattimento di primo grado le perizie scientifiche e medico legali (estate/autunno 2010) non ci fu nessun mezzo d’informazione che concentrò l’attenzione sul contenuto delle stesse.

Dinanzi alla maxiperizia del Tribunale di Roma, che ha recentemente consegnato molti punti a favore alla difesa dell’imputato, è scattata una concentrazione mediatica molto forte. Ma come si è arrivati ad indicare in Raniero Busco il possibile autore del delitto Cesaroni? L’istruttoria della Procura di Roma (condotta dai magistrati Roberto Cavallone e Ilaria Calò) è iniziata nel 2003 dopo anni nel corso dei quali il caso era finito nel dimenticatoio e con le indagini a zero. La Procura (con la collaborazione della polizia giudiziaria) ha studiato e analizzato tutti i documenti investigativi delle precedenti indagini (1990-1996) ed è partita da un punto fermo: battere tutte le piste possibili e immaginabili. Sia quelle collegate al lavoro di Simonetta (Reli S.a.s. e Aiag), sia quelle collegate alla vita privata di Simonetta (amici, ex fidanzato e fidanzato attuale al momento del crimine, ex corteggiatori); ha isolato dalle carte i nomi di 30 potenziali sospettati (30 persone che per un motivo o per un altro potevano aver ucciso Simonetta); ha posto sotto controllo massimo (intercettazioni telefoniche ed ambientali e pedinamenti) circa 100 persone ritenute a vario titolo informate sui fatti.

Poi, agli inizi del 2004, ha pianificato con i Ris un programma basato su indagini scientifiche: analisi finalizzate alla ricerca del DNA del colpevole, lasciato su almeno uno dei vari reperti della scena del crimine. Per maggiore sicurezza e per scrupolo, la Procura decise di far partire il lavoro del Ris dai lavatoi condominiali della scala B del palazzo di via Carlo Poma 2, per cominciare a verificare l’ipotesi di un assassino territoriale o di un assassino aiutato da un territoriale.

L’esito è stato negativo: le apparecchiature della nuova scientifica (molto precise e molto affidabili) non hanno rilevato tracce latenti, vecchie e invisibili che potessero essere collegate al delitto Cesaroni. Oltre ai lavatoi condominiali e ai reperti del delitto (che ne erano davvero molti, e che riguardavano sia la scena del crimine sia locali o luoghi esterni alla scena del crimine, compresi tra via Poma e via Andreoli) sono stati sottoposti ad indagini scientifiche anche tutti i 30 sospettati. L’indagine è durata complessivamente 6 anni: al termine dei quali, tutti gli elementi che sono stati acquisiti hanno portato – secondo la Procura – ad una logica e inequivocabile convergenza su Raniero Busco, colui che nel 1990 (24enne) aveva una relazione con la vittima, Simonetta Cesaroni. CONTINUA…

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